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Fin dal suo primo apparire, nel XIV secolo, l’iconografia maceratese di San Giuliano presenta caratteri ambivalenti: sono infatti proposte due tipologie diverse che rimandano a due tradizioni e a due santi diversi. Da un lato vi è l’elegante figura di un giovane che regge un gonfalone e tiene nella mano sinistra una palma, dall’altro vi è la figura di un cavaliere a cavallo che più tardi si caratterizzerà come un soldato ed infine come un cacciatore con cani, falco e cervo.
La prima testimonianza documentale del culto di San Giuliano a Macerata risale al 1022 e si riferisce al ministerium S. Juliani la cui pieve, di cui resta solo un capitello riferibile al VIII-X secolo ora conservato nel Museo della Basilica della Madonna della Misericordia, sorgeva sul luogo dell’attuale cattedrale.
Attestata l’antichità del culto, i documenti tuttavia non dicono chi fosse questo San Giuliano, se il giovane martire o il cavaliere-cacciatore, e le vicende dei secoli successivi non contribuiranno a fare chiarezza. Nel 1320 il primo vescovo di Macerata adotterà come proprio stemma un cavaliere a cavallo e sei anni più tardi anche il Comune farà murare sulla facciata della ricostruita Fonte Maggiore la figura di un Santo cavaliere, ora nell'atrio della Biblioteca comunale. Questa iconografia corrisponde a San Giuliano l’Ospedaliere (Hospitator, da cui Ospitatore e Ospitaliere), un santo la cui origine è molto controversa perché «il suo nome non figura in alcun martirologio» ma solo «in qualche Libro d’Ore del XV sec., in commemorazioni sommarie e poco precise». Probabilmente - dice Baudouin de Gaiffier - in origine il culto di San Giuliano era privato e solo più tardi furono composte alcune preghiere in suo onore che ne diffusero la venerazione in tutta Europa.
Nelle varie versioni della sua leggenda a volte è detto di Spagna, altre di Francia o del Belgio e proprio quest’ultima versione, nata alla fine del XII secolo e fissata dal domenicano Vincenzo di Beauvais, sarà inclusa nel 1298 nella Leggenda Aurea di Iacopo da Varazze. A Macerata - secondo Libero Paci - la leggenda sarebbe stata portata dal cardinale francese Guglielmo Durand autore del Rationale divinirum officiorum che nel XIII secolo fu Rettore della Marca, ma in città resisteva anche un’altra e forse più antica tradizione di cui si fece interprete nel 1369 il pittore fabrianese Allegretto Nuzi che realizzò un trittico con la Madonna col Bambino e i Santi Giuliano e Antonio Abate (foto 1) nel quale il patrono di Macerata, senza i caratteri espliciti del cavaliere, tiene in mano una palma, simbolo del martirio che Giuliano l'Ospitatore non subì. Anche gli atti pubblici del Consiglio comunale registreranno questa difficoltà e mentre sulla facciata di Fonte Maggiore campeggiava lo stemma con San Giuliano a cavallo, in alcuni documenti del 1392 e del 1411 egli verrà chiamato ‘martire’ o ‘protomartire’.
Chi fosse tuttavia questo martire e come il suo culto sia arrivato a Macerata è a sua volta ancora oggi poco chiaro. Secondo Libero Paci sarebbe arrivato da Spoleto  dove il monaco Sant’Isacco aveva importato nel VII secolo il culto di un Giuliano martire ad Antinoe in Egitto insieme alla sposa Basilissa e ad altri compagni, la cui festa si celebrava il 13 gennaio.
Tale ipotesi sarebbe confermata dalla presenza di un altare dedicato ai due sposi nella chiesa di Sant’Agostino di cui si ha memoria nel 1256.
Ad un certo punto la disputa tra i sostenitori dei due Santi si fece aspra e – dice Otello Gentili – «un partigiano della leggenda» pensò di seppellire davanti all’altare maggiore della cattedrale una cassa con alcune ossa e una pergamena con la scritta «Hoc est residuum brachium Sancti Juliani qui patrem et matrem interfecit» e per convincere i dubbiosi inscenò un miracoloso ritrovamento durante la messa pontificale dell’Epifania del 1442. L’evento, registrato in un atto notarile del 27 gennaio - che alcuni tuttavia si rifiutarono di sottoscrivere - non servì a cancellare del tutto il ricordo del martire che la produzione iconografica cinquecentesca continuerà a registrare anche se la palma è ora sostituità da una spada. Ci riferiamo in particolare a sei opere nelle quali il Santo è presentato nei panni di un giovane gentiluomo rinascimentale:

  • la famosa pala dell’altare maggiore della Basilica della Madonna della Misericordia (foto 2) databile all'inizio XVI secolo; 
  • tre opere di Lorenzo de Carolis da Matelica, detto il Giuda, attivo in zona tra il 1492 e il 1553;  
  • un San Giuliano affrescato da Gaspare Gasparini intorno al 1563 nella chiesa di Santa Maria delle Vergini ed infine la pala d’altare dipinta nella stessa chiesa da Giambattista e Francesco Ragazzini di Ravenna nel 1585.

Non sono ben chiari i motivi che avrebbero spinto alcuni maceratesi ad ordire il piano del ritrovamento - il Paci chiama in causa i sostenitori di Francesco Sforza, a quel tempo Signore di Macerata in forte calo di popolarità - sta di fatto che da quel momento il culto di San Giuliano l'Ospitatore inizia a consolidarsi e sulla cinquecentesca Brocca dei Priori che decorava la Sala del Consiglio comparirà un cavaliere a cavallo.
La figura del cavaliere-cacciatore sembrò vincente nel 1513 quando le autorità civili e religiose, opponendo ragioni di decoro pubblico legate ai festeggiamenti del Carnevale, proposero di spostare la festa del Santo dal 13 gennaio al 31 agosto, giorno nel quale, secondo il martirologio dell'Usuardo, si celebrava la festa di un non meglio identificato e quasi omonimo San Giuliano confessore. La proposta incontrò forti opposizioni e l’unica mediazione possibile fu quella di celebrare la doppia festa di San Giuliano d’inverno e di San Giuliano d’estate.
Nel XVII secolo i vescovi di Macerata tenteranno di mettere un po' di ordine e mons. Felice Centini nel 1627 riconoscerà quale patrono della città il santo belga e farà dipingere nell’abside della cattedrale sei episodi della sua leggenda - poi persi nella ricostruzione settecentesca - riducendo nel contempo la festa di gennaio a semplice commemorazione, mentre mons. Papirio Silvestri tenterà di far approvare, senza successo,  l’Ufficio Proprio del Santo. I vescovi di Macerata di questo periodo – dice Libero Paci – furono probabilmente tratti in inganno da Pompeo Compagnoni, lo storico locale più importante del secolo, che asseriva di aver localizzato i luoghi della penitenza di Giuliano sulle rive del fiume Potenza, in contrada Isola.
La produzione artistica seicentesca non registrerà altre importanti commissioni pubbliche (un San Giuliano fu affrescato da Giovanni Antonio Carosio dopo il 1634 nella cattedrale di Recanati), mentre è attestata una certa produzione ad uso privato - ben documentata da Goffredo Binni - che in modo più libero caratterizzerà il Santo come soldato e cavaliere.
Nel corso del Settecento, grazie soprattutto alla Corporazione dei Cacciatori, istituita nel 1671 per organizzare i solenni festeggiamenti di agosto, si affermerà l'iconografia del cacciatore a cavallo con stendardo, falco, cani e cervo, che culminerà con la commissione di un gruppo ligneo per la cattedrale - recentemente rubato e sostituito con una copia - e che è resistita fino ad oggi pur in presenza di autorevoli voci dissonanti come quella del vescovo San Vincenzo Strambi e del cardinale Cadolini.
Nelle commissioni pubbliche settecentesche sembra invece che si voglia evitare un esplicito riferimento al cacciatore, a favore dell'umile penitente che si vede per esempio nel San Giuliano visitato dall’angelo, (foto 3) dipinto nel 1738 da Francesco Mancini - ora nella sacrestia della cattedrale - o nel San Giuliano che invoca per Macerata la protezione della Vergine (foto 4) realizzato nel 1786 da Cristoforo Unterperger per l’altare maggiore della cattedrale.
L’ultima grande commissione pubblica si ebbe tra il 1924 e il 1938 quando l’accademico Ciro Pavisa fu chiamato a decorare la cattedrale, ancora spoglia dopo la ricostruzione di fine Settecento, con quattro scene che ora attestano il definitivo consolidarsi della figura di San Giuliano l’Ospitatore: San Giuliano traghetta i pellegrini, San Giuliano a cavallo (foto 5) e San Giuliano con l’angelo che gli preannuncia la morte dipinti sulla volta della navata centrale e il Ritrovamento del Braccio di San Giuliano dipinto sulla volta del presbiterio.
Il pittore di Mombaroccio nel 1933 troverà il tempo di dipingere anche una Crocefissione per la chiesa dell'Immacolata con San Giuliano accanto a San Vincenzo Maria Strambi, l'altro protettore di Macerata, e Santa Teresa di Lisieux.
Nel territorio della provincia la figura di San Giuliano ricorre raramente tuttavia è da segnalare un affresco - ora nella Collegiata di Visso - attribuito a Giovanni di Pietro detto Lo Spagna e realizzato intorno al 1500 per la locale chiesa di San Agostino che presenta nella sezione inferiore un gruppo con l'Arcangelo Raffaele e il piccolo Tobia tra i Santi Giuliano, Antonio da Padova, Nicola da Tolentino, e Agostino. La prima figura è senza dubbio il protettore di Macerata nei panni di un giovane e aggraziato nobiluomo con la solita spada nel fodero e un falco tenuto nella mano sinistra.
Secondo la leggenda di origine nordica Giuliano nacque il 12 o il 28 gennaio poco prima dell’anno 631 ad Ath in Belgio da una nobile famiglia. Tipo violento e facile all’ira, durante una battuta di caccia un cervo prima di essere ucciso gli predisse che avrebbe ucciso i suoi genitori. Colpito dal presagio e per evitare il compiersi di una tale tragedia, Giuliano si trasferì in Spagna presso il conte di Barcellona (o in Galizia) dove diventò il capo dei soldati e sposò una giovane e ricca vedova. La funesta profezia si avverò tuttavia quando i genitori, che lo cercavano da tempo, giunsero al castello mentre lui era assente per una battuta di caccia e la moglie offrì loro il letto nuziale per la notte. Al mattino Giuliano rientrò a casa e pensando che la moglie fosse con un amante estrasse la spada e li uccise con un sol fendente. Per espiare la colpa venne in Italia insieme alla fedele sposa e iniziò una lunga peregrinazione, dalla Sicilia ad Aquileia, fino alle rive di un grande fiume - il Potenza nella tradizione locale - dove per tutta la vita traghettò viandanti e pellegrini offrendo loro assistenza in un ospedale appositamente costruito. Una sera, durante una tempesta, curò ed ospitò nel proprio letto un lebbroso che poi si rivelò essere l’Angelo mandato dal Signore a dirgli che la sua penitenza era stata accettata e presto avrebbe avuto il premio eterno insieme alla sposa.
La Passio dei Santi Giuliano e Basilissa racconta invece che Giuliano, un giovane romano, colto e raffinato, verso i diciotto anni fu costretto al matrimonio dai suoi genitori contro il suo intimo desiderio di conservare la verginità. Riuscì però a persuadere la promessa sposa Basilissa a vivere insieme senza consumare il matrimonio e alla morte dei genitori i due sposi fondarono un monastero maschile ed uno femminile dove si ritirarono per dedicarsi alla carità e all’assistenza dei poveri. Durante la persecuzione di Diocleziano e Massimiano, Giuliano fu denunciato al governatore Marciano, imprigionato e condannato a morte, ma prima di essere decapitato riuscì a convertire la moglie e il figlio del governatore. L’attività caritatevole del Santo – dice Joseph Marie Sauget – portò talvolta a confondere la sua figura con quella dell’Ospedaliere, mentre un altro equivoco si ebbe a causa di una errata interpretazione dell’abbreviazione Ant. che precedeva il suo nome nei primi martirologi. Essa era da riferirsi alla città di Antinoe o Antinopoli in Egitto e non ad Antiochia, dove tra l'altro si conservavano le reliquie di un altro Giuliano originario di Anazarbo e martirizzato a diciotto anni nel IV secolo.
Come già detto, l’iconografia locale di san Giuliano registra inizialmente due figure diverse, il martire con la palma e il cavaliere con il cavallo, poi nel Cinquecento il martire avrà al posto della palma, simbolo della vittoria sulla morte e della rinascita a vita eterna, una spada, anch’essa tradizionale attributo dei martiri che tuttavia - secondo alcuni - potrebbe essere un riferimento all’arma con cui il cavaliere-cacciatore uccise i genitori. Nel Seicento, quando la contesa tra le due tradizioni si fece più intensa, l’iconografia di San Giuliano sembrò sospesa, quasi che gli artisti non volessero aderire a nessuna delle due tesi, e fu rappresentato virile nel corpo, ma allo stesso tempo gentile nell’espressione, col volto ispirato dell'orante e senza gli attributi tipici del cavaliere.
Il cavallo, i cani, il falco e il cervo compariranno solo nel XVIII secolo, ma  accanto al giovane cacciatore, o al soldato capo delle guardie con la clamide svolazzante, ci sarà sempre l’umile e penitente traghettatore che espia la sua colpa, nobile nell’atteggiamento e nelle vesti. La prima tipologia era funzionale probabilmente al potere civile che non poteva accettare come proprio rappresentante «un povero, misero traghettatore, stracciato, imbracato in pelli rozze», mentre la seconda rispondeva meglio alle esigenze del potere religioso come è ben evidente nelle tele del Mancini e dell'Unterperger con il Santo intermediario tra la terra e il cielo.

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