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A differenza degli altri santi protettori della Diocesi di Macerata Tolentino Recanati Cingoli Treia la vita di San Nicola da Tolentino è molto ben documentata, grazie soprattutto alle testimonianze raccolte durante il processo di canonizzazione che si svolse dal 23 maggio al 28 settembre 1325 ad appena vent'anni dalla morte. L'anno successivo gli atti del processo vennero  sistematizzati da Pietro da Monterubbiano nella Historia Beati Nicolai de Tolentino ordinis fratrum heremitarum Sancti Augustini e nel 1328 il pontefice Giovanni XXII ne fece estrarre un Sommario a cura del cardinale domenicano Guglielmo Godivo.
Dai documenti emerge la figura di un uomo dedito a «pratiche di pietà religiosa personale e di assoluta discrezione, tutte contenute sotto il pieno controllo delle autorità conventuali, mai traboccanti in atteggiamenti eccessivi e potenzialmente in odor d’eresia (un) taumaturgo, volto a risolvere i problemi quotidiani delle piccole persone, nel tessuto della vita comune».
Il pronunciamento ufficiale della Chiesa sulla sua santità arriverà solo il 5 giugno 1446, ma per il popolo Nicola era già santo in vita e la sua fama cresceva ogni giorno. Parallelo al concetto di santità, si andava sviluppando anche il processo di costruzione della sua immagine con la realizzazione del famoso ciclo di affreschi nel cosiddetto Cappellone del Convento di Tolentino, dove erano esposte le sue spoglie, ad opera di Pietro da Rimini e della sua scuola la cui data ante quem non può andare oltre l’inizio del processo per la discordanza di alcuni episodi con le successive testimonianze raccolte dai giudici.
Nel frattempo si andava formando anche un’altra straordinaria fonte documentaria costituita da tavolette e piccole tele fatte realizzare dai fedeli come ex voto con la grazia ricevuta dipinta. La prima tavoletta fu offerta il 30 ottobre 1305, cinquanta giorni dopo la morte del santo (10 settembre), da tale Rosa Totiusmundi che aveva ottenuto la guarigione della figlia Servita e continueranno ad essere offerte ininterrottamente fino al 1880.
Tra Trecento e Settecento il culto di San Nicola registrerà un'enorme  diffusione diventando uno dei santi più conosciuti in tutto il mondo e la sua immagine sarà rappresentata in migliaia di opere da grandi artisti (Piero della Francesca, Raffaello, Perugino, Luca Giordano ...) e da oscuri pittori locali.
Nel 1340 un fatto straordinario ne accrescerà ancor di più la fama: un monaco, nel tentativo di procurarsi una reliquia, amputò le braccia dal corpo incorrotto del Santo da cui  sgorgò tanto sangue da far desistere il sacrilego. Per evitare il ripetersi di tali profanazioni si decise di tumulare il corpo conservando solo le braccia composte in teche d’argento ed esposte all’interno della chiesa, in attesa della cosiddetta Cappella delle Sante Braccia che sarà iniziata solo alla fine del XVI secolo. Il primo riconoscimento ufficiale del culto a San Nicola si ebbe con papa Bonifacio IX che nel 1390 e nel 1400 lo chiamò santo anzitempo concedendo l’indulgenza a chi avesse visitato la chiesa (la Perdonanza di San Nicola che ancora oggi si può ottenere la prima domenica dopo il 10 settembre).
Grazie alle copiose offerte dei pellegrini che accorrevano alla sua arca si rinnovò l’antico convento del XII secolo e si costruì l'adiacente grande basilica consacrata nel 1465.
Da quel momento il cantiere del complesso di San Nicola a Tolentino restò praticamente sempre aperto: qui ricordiamo solo l'altro grande ciclo di affreschi realizzato da Giovanni Anastasi da Senigallia tra il 1690 e il 1695 nel chiostro del convento, con trentacinque - trentanove in origine - Storie di San Nicola tratte dall'ampia e ormai consolidata agiografia, e la costruzione della cripta nel 1932 per accogliere le sue spoglie ritrovate nel 1926 dopo che se ne era persa la memoria nel 1340. 
San Nicola nacque a Sant’Angelo in Pontano nel 1245 da genitori anziani che avevano chiesto l’intercessione di San Nicola di Bari. A undici o dodici anni entrò nel convento degli agostiniani della città natale, nel 1260 fu novizio a San Ginesio e completò i suoi studi a Tolentino e a Cingoli dove, nel 1269, fu ordinato sacerdote. Da quel momento si sposterà in vari conventi della regione fino a quando, nel 1275, per motivi di salute si ritirerà a Tolentino senza mai ricoprire cariche particolari, conducendo una vita da asceta sempre attento alle necessità dei poveri.
Gli atti del processo, la Historia di Pietro da Monterubbiano e il ciclo pittorico del Cappellone - come abbiamo già detto - «non vibrano sempre all’unisono e sono perfino discordi»: Pietro narra della visione delle anime del purgatorio, del riscatto dalla dannazione del fratello (o cugino) Gentile, della visione di una stella che sorgeva da Sant’Angelo e si fermava sopra il convento di Tolentino, dell’audizione di armonie angeliche, della guarigione da una malattia mortale dopo aver mangiato pane benedetto e di vessazioni diaboliche, episodi che non risultano nelle deposizioni processuali, forse perché «i delegati pontifici non rivolsero domande a nessuno dei testi su tali argomenti», mentre sono confermati trecentouno miracoli, in vita e dopo morte, tra cui numerose risurrezioni.
Di questo immenso patrimonio culturale e di fede ci piace ricordare almeno la storia dei pani benedetti: San Nicola giaceva gravemente malato e ottenne la grazia della guarigione per intercessione della Madonna che gli apparve in visione ordinandogli di chiedere la carità di un pane e di mangiarlo dopo averlo intinto nell'acqua. Da quel giorno San Nicola   distribuì pane benedetto ai malati esortandoli a confidare nell'aiuto della Vergine e la Chiesa successivamente approvò questo culto prescrivendo un rito particolare che ancora oggi si svolge nella quarta domenica di Quaresima (la cosiddetta Festa del pane) quando i frati preparano piccoli panini benedetti che poi vengono distribuiti ai fedeli.Per quanto riguarda l'iconografia di San Nicola, nell’impossibilità di rendere conto dell’immensa e capillare produzione, per la quale rinviamo al catalogo delle opere marchigiane e ai tre volumi del Corpus iconografico pubblicati in occasione del VII Centenario della morte, qui possiamo solo accennare ad alcune tipologie presenti nella Diocesi di Macerata: il giovane stante con giglio, libro rosso e stella (o sole) raggiante sul petto; il taumaturgo che compie miracoli; l'anziano mistico che contempla il Crocifisso; il protettore contro la peste e gli incendi ed infine il soccorritore delle anime del Purgatorio.
Le prime immagini di San Nicola sono contenute nel registro inferiore del Cappellone dove si raccontano gli episodi salienti della sua vita in tredici scene dalle quali emerge la figura di un giovane frate, quasi sempre in posizione eretta, con l’abito nero degli agostiniani, il volto senza barba, i lineamenti fini e delicati, il capo incorniciato dall’aureola, senza gli attributi del sapiente o dell'asceta, ma con l'umile e mite espressione di un santo caritatevole e misericordioso, vicino al popolo verso il quale esercita un’azione taumaturgica. (foto 1) Una ‘tranquillizzante’ iconografia - dice Serena Romano - che nasce contestualmente al processo di canonizzazione e deriva «dalla volontà di creare un nuovo santo per pacificare gli animi» dei marchigiani divisi tra guelfi e ghibellini in lotta tra loro.
Nella scena della Crocifissione si notano i primi due attributi iconografici del Santo, il giglio e un libro rosso fiammeggiante. Il primo è senza dubbio simbolo di castità, ma - secondo il Cantico dei Cantici e l'evangelico Discorso della montagna - è anche un chiaro riferimento al sentimento che lega due innamorati (Nicola e Dio) e al credente che confida in Dio senza affanni per il domani. Il libro della Regola, che successivamente sarà rappresentato aperto con le parole Praecepta Patris Augustini servavi semper, confermava invece la validità delle nuove Costituzioni approvate nel 1290, dopo la Grande Unione delle varie comunità che professavano la regola agostiniana sancita nel 1256, e soprattutto ricordava a tutti che San Nicola le rispettò sempre fedelmente.
Un nuovo attributo comparirà invece nella statua scolpita nel 1435 da Nanni di Bartolo nella lunetta superiore del portale della Basilica: si tratta del volto raggiato di un fanciullo che il Santo tiene nella mano destra appoggiata sul petto e che troveremo anche nella statua (foto 2) realizzata intorno al 1465 dal fiorentino Niccolò di Giovanni e posta sopra l’arca all’interno del Cappellone.
Questo attributo deriva da una visione descritta dal Santo (un’ostia che durante una messa divenne sfolgorante e assunse le sembianze del volto di un bambino) e successivamente si trasformerà in una stella radiante sul petto riferibile all'altra celebre visione di cui abbiamo già detto. In sostanza - dice Ciardini Duprè - negli affreschi si esaltano le virtù taumaturgiche e salvifiche del Santo, mentre queste due statue celebrano la sua vocazione mistica e contemplativa, «il suo ardente desiderio di Dio, i suoi colloqui con Dio» rappresentato dal volto raggiato del fanciullo.
La figura di San Nicola penitente, anziano ed emaciato, con i lineamenti del volto induriti e la barba, rappresentato in genere in ginocchio davanti al Crocifisso, si diffonderà nel Seicento con l’affermarsi di alcune congregazioni agostiniane riformate a ricordo del mistero salvifico della Passione di Cristo che il Santo contemplava attraverso i dolori e le sofferenze umane. La particolare protezione contro gli incendi e la peste è documentata invece da due tele, conservate nella Cappella delle Sante Braccia, offerte come ex voto dalle città di Genova [?] e di Venezia: San Nicola da Tolentino fa cessare la peste a Genova [?], dipinta da Giovanni Carboncino nel 1677 e San Nicola da Tolentino fa cessare l’incendio di Palazzo Ducale a Venezia, (foto 3) dipinta intorno al 1679 da Matteo Stomer. San Nicola che intercede per le anime del Purgatorio è un'iconografia molto diffusa nel territorio maceratese e tra le tante opere vogliamo qui ricordare solo la tela (foto 4) - ora nella Pinacoteca Comunale di Potenza Picena - dipinta nella seconda metà del XVII secolo per la locale chiesa di San Agostino e recentemente attribuita a Donato Roncalli che ci presenta il Santo nelle vesti di un anziano asceta che intercede presso la Trinità.
Rare sono invece le immagini in cui i due principali patroni di Tolentino - Catervo e Nicola - compaiono insieme, probabilmente perché, in un certo senso, il secondo 'oscurò' con la sua presenza tangibile il culto del primo, che avrà tuttavia una nuova fioritura iconografica nel corso dell'Ottocento, quindi ancora più preziosa è la tela - ora nel convento di San Nicola - che un ignoto pittore marchigiano dipinse nella prima metà del Seicento con i due patroni ai piedi della Madonna col Bambino (foto 5) ai quali indicano un modello della città invocando protezione.

 

 

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