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Per San Vincenzo Maria Strambi fondamentali sono ancora oggi i poderosi studi di padre Ignazio del Costato di Gesù e di padre Stanislao dell'Addolorata,   pubblicati, rispettivamente, in occasione della dichiarazione di venerabilità (1843) e della beatificazione (1925) e punto di riferimento per tutte le altre successive biografie tra le quali ricordiamo quella, a carattere più agiografico, del cardinale maceratese Fernando Cento, e quella, a carattere più storico-locale, di Francesco Talocchi.1 San Vincenzo nacque a Civitavecchia nel 1745 in una famiglia agiata e fin da bambino manifestò una particolare inclinazione per la fede e la pietà cristiana. Completati gli studi in vari seminari, nel 1767, in occasione degli esercizi spirituali in preparazione all'ordinazione sacerdotale, conobbe San Paolo della Croce che l'anno succesivo lo avrebbe accettato nella sua nuova congregazione, da poco fondata e dedicata alla Passione di Gesù Cristo (a tutti nota come Congregazione dei Padri Passionisti). Uomo colto e grande oratore - «il più popolare a Roma»2 -, scrittore, direttore spirituale e consigliere di papi e santi, fondato nella dottrina, fedele alla Santa Sede, caritatevole verso i poveri, i malati e gli orfani, pastore saggio ed autorevole, dettò norme per regolare istituzioni laiche ed ecclesiastiche, visse umilmente nella preghiera e nella devozione alla Passione di Cristo e alla Madonna della Misericordia.3 Il 26 luglio 1801 fu consacrato vescovo e inviato nella diocesi di Macerata, unita a quella di Tolentino, per ristabilire il governo pontificio dopo l'occupazione francese e - dice Francesco Talocchi - per rinsaldare la fede e i costumi «sia nella popolazione ed ancor più nel clero», quest'ultimo costituito per la maggior parte da nobili che avevano «abbracciato lo stato ecclesiatico» più per motivi di convenienza che per vera vocazione, «senza che le loro attitudini di vita cambiassero molto» e senza curarsi troppo della cura delle anime.4 Questo stato desolante - conclude il Talocchi - si rifletteva anche sul popolo che, in genere, partecipava alla vita religiosa «non certo per una profonda esigenza interiore ma per il semplice fatto che vi era obbligato» favorendo in alcuni settori una irriverenza aperta verso i religiosi d'impronta illuminista e giansenista.5 
Il 13 agosto 1801 San Vincenzo arrivò a Macerata, una città che durante la prima occupazione francese aveva visto, tra l'altro, l'instaurazione della Repubblica Romana, il terribile saccheggio del 5-6 luglio 1799, la soppressione degli ordini religiosi, l'incameramento dei beni ecclesiatici ed infine la rinuncia alla sede vescovile di mons. Alessandretti, e nel giro di pochi anni, con un'azione energica e decisa, riuscì a rinnovare in profondità la vita religiosa e civile delle due diocesi. Agli ecclesiastici impose l'uso della veste talare, vietò la frequentazione di teatri, li obbligò all'osservamza dei doveri pastorali e alla formazione culturale attraverso un'accademia mensile, istituì esami per l'affidamento delle parrocchie e della facoltà di confessare, fece approvare un nuovo e più rigoroso regolamento per la formazione dei seminaristi che seguiva personalmente fino all'ordinazione sacerdotale vagliandoli con estrema cura. Per il popolo indisse subito le Sante Missioni e la visita pastorale di tutte le parrocchie, regolò con editti tutti i tipi di gioco, gli spettacoli e la stampa di libri e opuscoli, incentivò la pratica religiosa con i cosiddetti biglietti pasquali - una specie di attestato del precetto rilasciato dal parroco - rese obbligatorio il catechismo in tutte le parrocchie, istituì l'Opera della Dottrina Cristina per gli adulti e l'Opera della correzione della bestemmia. Accanto a tanto rigore non mancò mai la comprensione e l'amore per il prossimo che consolava e confortava personalmente, così come non mancò mai l'esempio personale, facendo per primo quello che chiedeva agli altri.6 Stessa attenzione ebbe verso i poveri per i quali organizzò costanti aiuti economici, il Dormitorio per i vecchi e una scuola per l'educazione delle fanciulle povere affidata nel 1804 alle Maestre Pie.7
Il nuovo arrivo dei francesi e l'annessione di Macerata al Regno italico (11 maggio 1808) bloccarono l'opera riformatrice del Santo vescovo che fu costretto ad affrontare ben altre prove: l'imposizione del nuovo Catechismo nazionale non approvato dal Papa; una nuova, dura soppressione degli ordini religiosi; l'indemaniazione dei beni ecclesiastici; il controllo governativo su ogni attività religiosa e soprattutto la richiesta di giurare fedeltà a Napoleone. Il rifiuto di sottostare a quest'ultima pretesa gli costerà, il 28 settembre 1808, l'esilio prima a Novara e poi a Milano.
Il 14 maggio 1814, caduto l'impero napoleonico, San Vincenzo fece ritorno a Macerata dove due giorni dopo lo raggiunse papa Pio VII anche lui di ritorno dall'esilio8 e il 3 maggio dell'anno successivo andò incontro all'esercito austriaco che inseguiva Gioacchino Murat sconfitto a Tolentino, intercedendo per la città affinché fosse risparmiata da rappresaglie. Prima di riprendere l'azione pastorale, il santo vescovo dovette occuparsi del rientro dei religiosi nei conventi espropriati e della ricostituzione delle confraternite,9 ma una nuova carestia alla quale seguì nel 1816 una epidemia di tifo lo vide di nuovo impegnato nel soccorso dei più poveri. Nel 1821 festeggiò con solennità il primo centenario dell'Incoronazione della Madonna della Misericordia e l'anno successivo tenterà di bloccare il ballo in maschera che la Società del Casino aveva organizzato per il Carnevale, riaprendo la questione della moralità della vita pubblica che lo vedrà impegnato nell'ultima sua battaglia: l'istituzione di un «reclusorio» - nel senso moderno di casa protetta - per il recupero delle prostitute, convinto che ciò non si potesse fare nelle carceri «da dove non sarebbero uscite che con gli stessi propositi con i quali erano entrate».10 Oramai stanco e desideroso di concludere la sua vita tra le mura di un convento chiese al nuovo papa Leone XII di essere esonerato dal servizio episcopale, permesso che gli fu accordato il 5 novembre 1823 insieme alla nomina a confessore e consigliere personale del Papa, incarico che doveva svolgere a Roma presso la residenza del Quirinale. La notte tra il 23 e il 24 dicembre seguente il pontefice, già sofferente, giaceva gravemente ammalato e si temeva per la sua vita. Chiamato al suo capezzale per l'Unzione degli infermi, San Vincenzo chiese il permesso di celebrare una messa pro infirmo e mentre si allontanava dal moribondo esclamò: «Coraggio, Santo Padre, vi è persona che offre la propria vita per la sua». Da quel momento Leone XII cominciò a migliorare e poco dopo fu dichiarato fuori pericolo, mentre il 28 dicembre San Vincenzo ebbe un «colpo apoplettico» e spirò il primo gennaio 1824 già in concetto di santità. Al suo funerale intervenne tutta Roma e fu sepolto nella Basilica dei Santi Giovanni e Paolo vicino alla tomba di San Paolo della Croce di cui aveva scritto la biografia e promosso la causa di canonizzazione.11 
La fama di santità - dice Ignazio del Costato - era così diffusa che nacque spontanea «quella brama ardente, quella santa avidità con cui da tutte parti venivano ricercate le immagini, e i ritratti del Ven. Prelato», tanto che furono subito incisi «sei diversi rami» a Roma, Milano e Venezia dai quali furono tratte innumerevoli immagini su carta e tela per soddisfare la richiesta dei devoti.12 Nella sacrestia della cattedrale di Macerata e in quella della Basilica della Madonna della Misericordia esistevano già - ed esistono ancora - due ritratti del vescovo, il primo eseguito nel 1803 da Antonio Giacomini e il secondo di epoca e autore ignoto, ma in entrambi erano assenti ogni riferimento alla santità. A Macerata - come in molte altre città d'Italia - nei giorni successivi la sua morte a furono celebrate due solenni esequie «in due diverse chiese con catafalco, iscrizioni, illuminazioni e numero grande di Messe»13 e l'orazione pronunciata in cattedrale il 7 febbraio dal canonico Stefano Gambini14 fu immediatamente data alle stampe in città e a Milano, dove San Vincenzo si era fatto molto apprezzare durante l'esilio, andando esaurita in poco tempo. Sempre in quell'anno, Michele Ferruzzi, professore di retorica nel locale Seminario, pubblicherà il primo compendio della vita del Santo che, corredato con note da Pietro Rudoni, venne anch'esso prontamente ristampato a Milano.15 Ed infine, a conclusione delle celebrazioni in suo onore, il Seminario di Macerata commissionò allo scultore Fedele Bianchini un cenotafio16 per la cattedrale con il profilo mite e stanco dell'anziano vescovo che sarà sempre una sua costante iconografica. 
Leone XII introdusse subito la causa di beatificazione, l'eroicità delle sue virtù fu dichiarata nel 1894 e il 26 aprile 1925 fu beatificato, mentre per la  canonizzazione si dovrà attendere l'11 giugno 1950.17 Sette anni dopo fu dichiarato compatrono della diocesi e le sue spoglie mortali furono traslate da Roma a Macerata nella chiesa di San Filippo - con l'occasione affidata ai Padri Passionisti - dove resteranno fino al 1999 quando furono trasportate in cattedrale nella seconda cappella della navata sinistra dove tuttora si trovano.
L'immagine allegata alla Vita redatta nel 1843 da Ignazio del Costato,18 tratta probabilmente da una di quelle sei incisioni, ci presenta San Vincenzo ancora senza i simboli della santità, nella dignità episcopale, con croce pettorale e anello, ma vestito con una semplice mozzetta sopra al rocchetto e lo zucchetto in testa, lo sguardo mite e sereno mentre indica un crocifisso, chiaro riferimento alla devozione per la Passione di Gesù. Sul tavolo sono appoggiati un breviario, un'umile berretta e un campanello d'altare, oggetti che rimandano all'ordinarietà del servizio sacerdotale.19 L'aureola comparirà probabilmente solo dopo il 1894, epoca alla quale sono riferibili due quadretti posti a mo' di cimasa sopra l'altare che si trovano nella cattedrale di Treia (foto 1) e di Tolentino, dove però il Santo è ora rappresentato con l'austero abito nero del suo ordine, mentre le insegne episcopali sono limitate allo zucchetto paonazzo e alla croce pettorale.20 
Nel corso del XX secolo le immagini di San Vincenzo negli umili panni del passionista, come quella che farà Elia Bonci nel 1942 (foto 2) per la chiesa di Santa Maria del Monte a Macerata, si alterneranno alle immagini del vescovo  con mitra, piviale e bastone pastorale, come quelle che faranno Ciro Pavisa e Silvio Galimberti (foto 3) sulle pareti della cattedrale e nella chiesa dell'Immacolata21 (foto 4) o Stefano Bordi, Giorgio Diamantini e un anonimo pittore in tre tele conservate nella sacrestia della cattedrale.
Ma l'immagine di San Vincenzo Maria Strambi non poteva mancare nella Basilica della Madonna della Misericordia, a lui particolarmente cara, ed infatti nel 1952, in occasione della proclamazione di Macerata Città di Maria, lo scultore Carlo Cantalamessa lo rappresenterà benedicente e in abiti pontificali nelle porte bronzee,22  mentre dieci anni più tardi lo scultore maceratese Sesto Americo Luchetti ricorderà un aspetto di questa particolare devozione con  una piccola formella che rappresenta San Vincenzo Maria Strambi che alimenta la lampada del Santissimo Sacramento.23 (foto 5) La formella si trova sulla porta laterale destra del presbiterio dove, prima dell'ampliamento di fine Ottocento della chiesa, era praticata una piccola apertura che comunicava con l'episcopio attraverso la quale il Santo alimentava la lampada dell'altare rimanendo a lungo in adorazione davanti all'immagine della Vergine.

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