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A Recanati, «sin dai tempi più remoti» immigrati albanesi (illirici) si insediarono nel quartiere di Montemuzio, uno dei tre castelli che verso la metà del XII secolo diedero origine alla città. Il titolare dell’antica chiesa plebana e patrono del quartiere - che poi ne assumerà il nome - era San Vito, non a caso molto  venerato dai popoli slavi.
I primi documenti che ricordano il toponimo sono datati 1228 e 1234, ma la chiesa potrebbe essere molto più antica perché nella parte absidale sono ancora visibili resti riconducibili al XI secolo, mentre nel lapidario del Museo Diocesano sono conservati frammenti del portale romanico-bizantino.
Nel territorio di Recanati era altrettanto diffuso il culto di San Flaviano venerato, forse fin dal V-VI secolo, in una chiesa ubicata a Castelnuovo che a metà del XII secolo fu trasferita all’interno delle mura urbiche e scelta nel 1240 come sede vescovile della nuova diocesi. Da quel momento, almeno a livello ufficiale, gli onori attribuiti ai due Santi procederanno parallelamente e negli Statuti comunali del 1328 entrambi saranno invocati come «protettori e difensori del Comune e della Città di Recanati».
Nel frattempo Pietro di Domenico da Montepulciano nel 1422 realizzerà quello che probabilmente è il primo ritratto di San Vito in un polittico con la Madonna e il Bambino tra i Santi Vito, Giovanni Battista, Giovanni Evangelista e Lorenzo ora nel Museo Civico, ma commissionato per la chiesa di San Vito.
La scelta dei due patroni sarà invece autorevolmente confermata all’inizio del Cinquecento quando i domenicani del locale convento ottennero dal Comune un contributo di 100 fiorini per realizzare un grande polittico da collocare nella loro chiesa a condizione di includere San Vito e San Flaviano, definiti advocatos nostros, ai lati della Vergine che dona lo scapolare a San Domenico. L’opera - nota come Polittico di San Domenico - è ora conservata nel Museo Civico e fu dipinta da Lorenzo Lotto tra il 1506-08 con San Vito (foto 1 e 1.1) rappresentato nello scomparto di destra insieme al domenicano San Pietro martire, mentre San Flaviano compare nello scomparto di sinistra con San Tommaso d'Aquino. 
I due Santi protettori saranno di nuovo insieme ai piedi della Vergine col Bambino in una pala d’altare realizzata intorno al 1544 per la chiesa di Santa Maria di Montemorello e attribuita a Durante Nobili di Caldarola, allievo del grande maestro veneto, che presenta alcuni caratteri in comune col Polittico di San Domenico.
La divisione dei ruoli tra i due Santi sarà sancita ufficialmente nel 1623 dal vescovo di Recanati Giulio Roma che dichiarerà San Vito patrono della città e San Flaviano patrono della diocesi e del clero e negli stessi anni, quasi a conferma della pari dignità dei due protettori, i loro ritratti e le scene del loro martirio saranno rappresentate nella cattedrale sottoposta ad importanti lavori di rinnovo. I ritratti si trovano nel meraviglioso soffitto a cassettoni che copre la navata centrale realizzato nel 1619 dall’intagliatore Andrea Costa, assistito dal pittore Antonio Rizzo e dai doratori Tommaso Gattucci e Giacomo Zappetta.  Il titolare della chiesa occupa, chiaramente, il posto principale nell’ottagono centrale, mentre San Vito è relegato in uno scomparto laterale (foto 2) insieme ad altri santi, dottori della chiesa, apostoli e le Virtù. Le scene dei supplizi  furono invece affrescate dopo il 1634 da Giovanni Antonio Carosio sulle pareti laterali dell'abside dentro una sontuosa cornice in stucco. (foto 3)
Nel 1577 l’antica chiesa di San Vito, ricostruita nella seconda metà del Quattrocento, fu concessa ai gesuiti che tra il 1650-65 la trasformeranno da gotica a barocca, e sarà proprio qui, al suo interno, che tra Cinquecento e Seicento troverà posto la celebrazione iconografica del Santo che iniziò nel 1582 con una pala d'altare - ora nel Museo Civico - dipinta da Felice Damiano da Gubbio con San Vito al Circo Massimo. (foto 4) Nel Seicento i gesuiti fecero venire da Roma «insigni reliquie tratte dalle Catacombe», mentre una nobildonna donò una costola del Santo posta in una «prezioso reliquiario» ed infine, nel 1642, giunsero le reliquie di otto martiri tutte raccolte in un'urna posta sotto un altare dotato di una pala con San Vito e gli otto martiri realizzata a Roma da Monsù Clodio nel 1664.
Interessante sotto l’aspetto iconografico è anche un'incisione allegata alle Memorie istoriche della città di Recanati pubblicate nel 1711 dal gesuita Diego Calcagni dove San Vito è con San Flaviano ai piedi della Madonna di Loreto. L’iconografia ottocentesca del Santo è infine documentata a Recanati da due pale d’altare: la prima dipinta da Giacomo Falconi all’inizio del secolo per la chiesa di San Pietro con il santo titolare insieme a San Vito e a San Flaviano, la seconda dipinta da Francesco Saverio Moretti a metà del secolo per chiesa dell’Addolorata con i Santi protettori di Recanati. Per quanto riguarda l'ambito maceratese la devozione a San Vito non è molto diffusa e le sue immagini sono rare: ricordiamo solamente una statua seicentesca in legno e cartapesta conservata nella chiesa di Santo Stefano a Macerata (foto 5) e un reliquiario a busto ottocentesco in legno dorato custodito nella cattedrale di Treia. 
Il culto di San Vito - come abbiamo già detto - è consolidato in Italia fin dalla fine del V secolo quando a lui risultano dedicate chiese, monasteri e città intere, mentre e Martirologio Geronimiano, dove si dice che era della Lucania, la sua festa si celebrava il 15 giugno. Intorno al VII secolo fu redatta una «leggendaria passio di nessun valore storico», dove tra l'altro furono inseriti i nomi del maestro Modesto e della nutrice Crescenzia «sconosciuti alle fonti più antiche e genuine», che sarà alla base del successivo racconto inserito nel 1298 da Iacopo Da Varazze nella Legenda Aurea, a sua volta fonte primaria per la successiva iconografia.
Nel primo medioevo il culto del Santo si diffuse rapidamente in tutta Europa insieme a numerosissime reliquie che nel 1355 saranno parzialmente ricomposte nella nuova cattedrale di Praga. Il suo nome fu annoverato tra i Quattordici Santi Ausiliatori e invocato contro la corea - popolarmente conosciuta come ‘ballo di San Vito’ -, l'epilessia, la letargia e il morso di animali velenosi o idrofobi. A tal proposito il gesuita recanatese Diego Calcagni ci ricorda che nel Settecento si conservava nella chiesa di San Michele in Ponticello di Recanati «una Chiave detta di S. Vito, che si sperimenta miracolosa contro i morsi de' cani arrabiati, e toccandosi con essa la ferita fatta da cani guarisce» e che non solo i recanatesi, ma anche numerosi forestieri vi accorrevano.
Secondo la tradizione Vito nacque intorno al 288 a Mazara in Sicilia da  una famiglia pagana e a sette anni era già cristiano e compiva molti miracoli. Per tale motivo fu arrestato, torturato e chiuso in un carcere dal quale fu miracolosamente liberato grazie all'intervento di un angelo. Si recò quindi in Lucania col maestro Modesto e la nutrice Crescenzia proseguendo la sua opera evangelizzatrice, ma l’imperatore Diocleziano, venuto a conoscenza della sua fama di taumaturgo, lo fece chiamare a Roma per guarire il figlio colpito da una malattia nervosa. Il miracolo non gli evitò tuttavia persecuzioni, torture e la condanna a morte perché aveva rifiutato di fare sacrifici agli dei. Condotto quindi nel Circo Massimo per l'esecuzione, uscì indenne da una caldaia di pece bollente nella quale era stato immerso, con il segno della croce rese mansueto un leone che stava per divorarlo ed infine, per mezzo di un angelo, fu liberato dal cavalletto dove era stato legato per essere squartato e trasportato, insieme ai suoi amici, sulle rive del fiume Sele dove moriranno a causa delle torture subite. Era il 15 giugno 303 e Fiorenza, «una illustre matrona», per rivelazione di Vito li seppellì con grandi onori in una chiesa attualmente localizzata presso Eboli. L'episodio della caldaia e la guarigione del figlio dell'imperatore ne fecero il patrono dei lattonieri e il soccorritore di chi soffre di malattie nervose, mentre il patronato sui ballerini e gli attori deriverebbe dai loro movimenti che  ricorderebbero gli epilettici. 
L’iconografia del Santo è geograficamente molto diversificata e legata ai vari apporti leggendari, ma nell’arte italiana è rappresentato in genere come un fanciullo emergente da una caldaia posata sul fuoco o nelle vesti di un aggraziato giovane con la palma del martirio e un leone ai suoi piedi. In alcune rappresentazioni è insieme a Modesto e Crescenzia o tra i quattordici Santi ausiliatori.
In area recanatese è prevalente la figura di un giovane e mite soldato avvolto in eleganti vesti classiche o in ricchi abiti rinascimentali come nel Polittico di San Domenico nel quale è rappresentato con il volto imberbe incorniciato da lunghi capelli biondi, una lancia con vessillo, la spada inguainata in un prezioso fodero, l’abito da parata con schinieri, cotta in maglia di ferro, un’elegante giubba con fiocchi e nastri e una sottoveste ornata sul petto da un  prezioso gioiello. Nella versione del Nobili prevalgono invece i caratteri del giovane cortigiano rinascimentale con le insegne di Recanati. 
La stessa iconografia, con alcuni attributi nuovi, si ritroverà nella statua della chiesa di Santo Stefano a Macerata e nell’incisione del 1711 dove il giovane soldato non stringe più la spada, ma una palma e mentre nella prima una corona - simbolo del premio che spetta al martire - gli cinge il capo, nella seconda un leone - chiaro riferimento all'episodio del martirio - è accovacciato mansueto al suo fianco. 
La scena del martirio di San Vito non è molto frequente, ma quando appare è drammatica come nell'affresco del Carosio che lo rappresenta steso «sopra una tormentosa catasta» perché Diocleziano aveva ordinato che gli «fossero stirate le membra, lacerate le carni, slogate l'ossa in maniera, che si vedessero l'interiora».

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