Sulle opere di carità

Di sicuro un anno in cui ci siamo educati alla carità, a partire dalla stessa domanda del dottore della Legge: chi è il mio prossimo?

Il percorso che abbiamo avviato in uno stile di pastorale integrata, che proseguirà anche per i prossimi due anni, ha l’obiettivo di riprendere le tre dimensioni che connotano la Chiesa conciliare: l’Annuncio del Kerigma e le forme dell’evangelizzazione, la Liturgia quale fonte e culmine di tutta la vita cristiana, la Carità quale conferma della fede: credere in Gesù Cristo Figlio di Dio e di amarci gli uni gli altri (cfr 1Gv 3,23).

Ogni battezzato singolarmente, come ogni Chiesa locale, è chiamato a testimoniare con la vita la sua fede. La testimonianza della Carità racchiude in se l’esigenza di spezzare l’unico pane, quello della Parola di Dio e quello della carità, come il pane dell’Eucarestia, non sono pani diversi: sono la persona stessa di Gesù che si dona agli uomini e coinvolge i discepoli nel suo atto di amore al Padre e ai fratelli (ETC 1).

Chi è il mio prossimo? Nella professione di fede di ogni Pasqua settimanale la Chiesa si impegna a guardare il mondo con occhi diversi, pronta a cogliere la novità e il cambiamento per riordinare le modalità di farsi prossimo a chi incontra per la strada. E un primo suggerimento, anche sulle tante sollecitazioni di Papa Francesco, è che sulla strada bisogna starci, ovvero, porsi in ascolto delle donne e degli uomini di questo tempo lì dove vivono: incontrarli, ascoltarli, ma anche accompagnarli, sostenerli, curarli, vestirli, dare loro di che sostenersi, perché la dignità della persona non venga meno.

Chi è il mio prossimo? Richiede un cambiamento di posizione: non l’atteggiamento filantropico, seppur utile, ma quello di colui che sa abbassarsi per comprendere il bisogno e le cause che lo hanno generato. Un ulteriore suggerimento è quello del discernimento comunitario. Se la Carità é lo sguardo per leggere il cambiamento, la carità delle mani è la conseguenza della carità dello sguardo e dell’intelligenza: parte dagli occhi, passa per la mente e diventa cultura. Solo allora avremo consapevolezza se il pacco di farina donato è la risposta giusta al bisogno di quella persona.

Chi è il mio prossimo? Non lo potremmo sapere se non conosciamo il mondo i cui viviamo; non è sufficiente essere lì a curare le ferite, occorre guardarsi intorno per coinvolgere chi ha quel di più che noi non riusciamo a dare: anche una locanda può essere una risorsa! E la testimonianza della carità diventa contagiosa. Altro suggerimento è quindi quello di fare rete.

Nel convegno pastorale diocesano vissuto la scorsa settimana ci è stata riconsegnata la lettera pastorale “Ri-farsi Prossimo” dal vescovo Nazzareno, e abbiamo avuto l’opportunità di confrontarci con quanto le comunità parrocchiali stanno vivendo a partire dalla visuale della nostra Chiesa locale: l’Osservatorio delle Povertà e delle Risorse e il Rapporto sulle povertà “Non possiamo più aspettare” sugli anni 2013-2015. Il terremoto ci ha poi accompagnato sin dall’avvio del percorso di Formazione per Operatori Pastorali (F.O.P.) ed è stato una opportunità di crescita come comunità, sia nello straordinario di una pastorale da riorganizzare anche nelle piccole cose, sia nell’ordinario della vita parrocchiale con la sua “pastorale fondamentale” e in quella delle tante realtà ecclesiali con al centro la famiglia.

Nell’ordinario della vita della nostra Chiesa vi è anche uno spazio di accoglienza verso chi ha cercato di sfuggire a guerre, conflitti, carestie, faide tra clan, dall’Africa come dall’Asia. Un angolo forse nascosto ai più ma che è la voce silenziosa della carità che si fa accoglienza. Saremo sollecitati a rispondere all’appello del Papa dando disponibilità, nelle forme dell’accoglienza famigliare e parrocchiale, al corridoio umanitario dall’Etiopia attivato dalla CEI: un modo per contribuire allo sviluppo umano integrale.

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