I senza nome … i nomi dicono

I giornali delle settimane scorse titolavano: La tragedia dei migranti senza nome: “Dare un nome ai corpi, ultimo segno di rispetto”.
“Una tragedia senza fine, e spesso non è nemmeno possibile identificare le vittime.”

“Anche quando sono ripescati dai sommozzatori dei vigili del fuoco oppure spinti dalla corrente fino a riva, raramente si vengono a sapere i loro nomi. Sono corpi allineati su una spiaggia e coperti da un telo bianco, come quelli dei tredici migranti annegati lunedì 30 settembre mentre cercavano di raggiungere la spiaggia di Sampieri. Al polso un braccialetto di plastica bianco con un numero scritto a pennarello. Ma tre di loro avevano un documento infilato nella tasca dei pantaloni. E oltre alla data e al luogo della loro morte, hanno avuto diritto almeno a un nome, a un cognome, a un luogo di nascita.

Gebremic Hael Belay Tesfagergish, 27 anni, nato ad Adi Bahro, in Eritrea.

Tekeste Weldetinsaie Berhe, 43 anni, nato ad Asmara, in Eritrea.

Tekhlehaimanot Shishay Ogbay, 30 anni, nato a Maimine, in Eritrea.”

In prevalenza provenienti da paesi di religione e cultura islamica.

L’assenza del nome non può farci dimenticare che quella persona portava con se una storia, un vissuto, sicuramente difficile per decidere di affrontare chilometri di strada e di deserto, e miglia di mare. Con la speranza di arrivare a qualcosa di meglio; speranza più forte delle difficoltà e dei rischi del viaggio.

Nomi e storie che non conosciamo.

Il significato del “nome” ci accomuna però tra cultura cristiana e cultura musulmana. L’ism (nome). Il termine che nel Sublime Corano ha due etimologie possibili, che designano la realtà essenziale del nominato e la realtà manifestata dal nominato: indicano la doppia dimensione dell’essere, della sua essenza e della sua apparenza. A questo si aggiungono altri elementi costitutivi del nome: la paternità, l’appartenenza tribale, il luogo di origine, di soggiorno  o di decesso, il soprannome. Dare un nome ad un neonato significa dare al bambino una direzione, un ideale da raggiungere.

Per il cristiano il nome nella Bibbia esprime ordinariamente l’attività o il destino di colui che lo porta; può evocare le circostanze della nascita, o un oracolo augurale al bambino per l’appoggio del Dio di Israele. Il nome dice sempre il potenziale sociale di una persona, ed essere senza nome significa essere persona da nulla. Il nome è la persona stessa.

In Italia quando un neonato non viene riconosciuto dai genitori o viene abbandonato gli si dà subito  un nome: inizia una nuova storia, avrà una sua vita, avrà una famiglia adottiva … Per loro, i “senza nome”, non possiamo dare nessun nome, sarebbe tradire la loro provenienza e la loro cultura. Forse l’unico nome da poter dare è quello di filiazione (nisba), quello che indica il luogo della morte, ma non dobbiamo dimenticare quante generazioni di Gebremic, Tekeste, Telchlehaimanot, … 27, 43, 30 anni si sono fermate “tra deserto e mare mentre «cercavano una liberazione, una vita più degna»”.

Marina Rinaldi e Mario Bettucci, Co-direttori Caritas Diocesana Macerata

condividi su