Poveri, una giornata per imparare a guardarli col cuore

In occasione VII Giornata mondiale dei poveri la Caritas diocesana, in collaborazione con le realtà associative del territorio che incontrano le povertà e in particolare quelle giovanili, ha organizzato il Convegno “Non distogliere lo sguardo dal povero…non si vede bene che col cuore” che si è tenuto sabato scorso, 18 novembre, presso la Domus San Giuliano. Il Papa per prepararci a questa giornata ha scelto la figura di Tibi, spingendoci a riflettere sul nostro sguardo, troppo spesso cieco o offuscato dal fare. L’incontro si è aperto con il saluto della Vice Sindaco di Macerata
D’Alessandro, che ha sottolineato quanto in questo periodo si fa, anche in stretta collaborazione con la Caritas diocesana, per contrastare ed arginare le situazioni sempre più emergenti di povertà. Sono seguiti poi i saluti del direttore della Caritas diocesana Denis Marini, che ha ricordato quanto sia urgente uscire da una logica che vede la povertà lontana e fuori da noi, per invece riconoscersi tutti poveri e bisognosi. Guidati da alcuni estratti del messaggio del Papa, i due testimoni, il professor Marco Moschini, docente di filosofia ed etica delle relazioni, e Luca Russo papà di casa famiglia della Comunità Papa Giovanni XXIII, hanno guidato i presenti, attraverso i loro racconti e condividendo la loro quotidiana esperienze di incontro con ogni forma di povertà,
a orientare lo sguardo, troppo spesso indifferente e ovvio, verso gli ultimi e gli esclusi. Attraverso immagini di bellezza come il dipinto di Caravaggio “San Tommaso” o il racconto di un detenuto del 41bis, hanno accompagnato la platea in un processo di consapevolezza, facendo riscoprire l’umano che c’è dietro all’etichetta di “povero” e ricordando che la vera fede cristiana è un annuncio
di speranza. Le conclusioni sono state affidate al vescovo Marconi. Partendo dallo “sguardo” – ha spiegato –, il Papa invita a guardare i poveri, e quindi anche noi stessi, come un tesoro da custodire, da proteggere. Per spiegare come questo tesoro sia di tutti, ha poi citato l’antropologa Margaret Mead, la quale riteneva che il primo segno di civiltà in una cultura antica non fossero ami, pentole di fango o pietre da macinare, bensì un femore rotto e poi guarito. «Stare con», «spendere del tempo per perdersi cura di qualcuno» è quindi non solo un atto cristiano, ma un dovere
dell’uomo civile.

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