Macerata

Cardinale De Donatis: «Chiamati a diventare operatori di pace, testimoni “disarmati e disarmanti”»

L'Omelia del Penitenziere Maggiore per l'apertura diocesana del Giubileo Francescano

di Sua Eminenza Cardinale Angelo De Donatis*

Eccellenza Reverendissima, carissimi fratelli e sorelle,

oggi questa Cattedrale diventa un monte luminoso, come quello del Vangelo. Gesù ci ha detto: «Voi siete il sale della terra… voi siete la luce del mondo». Non dice: “dovete diventarlo”, ma “siete”. È un dono prima ancora che un compito. È identità prima che sforzo.

E proprio in questo giorno, mentre la Chiesa di Macerata apre solennemente l’Anno Francescano, con l’esposizione della reliquia del Poverello custodita dalla Confraternita delle Sacre Stigmate, comprendiamo che queste parole sembrano scritte per san Francesco.

Sono semplici e luminose: «Voi siete il sale della terra… voi siete la luce del mondo». Non sono un comando, ma una rivelazione: il Signore ci dice chi siamo ai suoi occhi. Il sale non si vede, eppure dà sapore a tutto. La luce non parla, eppure illumina ogni cosa. Così è la vita cristiana: non cerca di imporsi, ma di servire; non di apparire, ma di rischiarare. Anche san Francesco ha vissuto così: nascosto, piccolo, povero, e proprio per questo capace di cambiare il mondo. Non ha fatto cose straordinarie, ha vissuto straordinariamente il Vangelo.

Forse il Signore oggi non ci chiede grandi imprese, ma una fedeltà silenziosa: un gesto di misericordia, una parola di pace, un perdono donato, una preghiera fedele. Piccoli segni, come il sale. Piccole luci, come una lampada. Ma nelle mani di Dio, queste piccole cose diventano luce per molti.

Francesco è stato sale: ha dato sapore evangelico a un mondo che stava diventando insipido, abituato al potere, alla ricchezza, alla violenza, alla disuguaglianza.

Francesco è stato luce: non nascosta, ma posta sul candelabro della storia, perché tutti vedessero che il Vangelo si può vivere davvero.

Il Santo Padre, nella sua lettera per l’VIII Centenario del Transito, ci ha ricordato che Francesco andò incontro a “sorella morte” come un uomo pacificato, e che il suo saluto era semplice e radicale: «Il Signore ti dia pace» . Non una formula di cortesia, ma la certezza che la pace viene da Dio, non dalle nostre strategie.

E quanto è attuale questo messaggio nel nostro tempo, segnato da conflitti, paure, divisioni! Francesco non ha offerto soluzioni tecniche. Ha offerto la sua vita. E la sua vita è diventata Vangelo vivente.

Il Decreto della Penitenzieria Apostolica che regolamenta questo anno francescano ci dice che questo Anno è un tempo di grazia, un vero anno giubilare, con il dono dell’Indulgenza plenaria, perché tutti siamo chiamati a diventare santi “nella contemporaneità”, sull’esempio del Serafico Padre. È molto significativo che la Chiesa, proprio parlando di Francesco, metta al centro: la misericordia, il perdono, la riconciliazione e la confessione frequente.

Perché Francesco aveva capito una cosa decisiva: non si è luce da soli. Non si è sale con le proprie forze. Si diventa luce lasciandosi perdonare. Si diventa sale lasciandosi amare da Dio.

Gesù nel Vangelo ci dice: «Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre». Non dice: “perché vi ammirino”. Ma: “perché glorifichino il Padre”. Francesco non ha mai cercato sé stesso. Ha cercato Cristo povero e crocifisso. Per questo la sua luce non abbaglia, ma riscalda. Non umilia, ma consola. Non divide, ma riconcilia.

È la luce della mitezza, della povertà, della fraternità universale: il sole chiamato “fratello”, la luna “sorella”, ogni creatura segno della bontà di Dio. Una luce che oggi siamo chiamati a riaccendere anche nella nostra Chiesa diocesana.

Carissimi l’Anno Francescano non è solo una commemorazione storica. È una chiamata personale.

Chiede a ciascuno:

  • ai consacrati, di rinnovare la radicalità evangelica;
  • ai sacerdoti, di essere ministri di misericordia instancabili;
  • ai laici, di portare pace nelle famiglie e nel lavoro;
  • ai giovani, di non avere paura di sognare la santità.Chiede a tutti noi di diventare operatori di pace, “testimoni disarmati e disarmanti”, come prega il Papa.

    E mentre veneriamo questa reliquia di san Francesco, non guardiamola solo come un ricordo del passato. È un segno che ci dice: questa santità è possibile. Questa vita evangelica è possibile. Questa gioia è possibile. Francesco non è un’eccezione irraggiungibile. È un fratello che ci precede.

    Un antichissimo scritto anonimo cristiano della seconda metà del secolo scorso, la Lettera a Diogneto, afferma: “Come è l’anima nel corpo, così sono i cristiani nel mondo. L’anima è diffusa in tutte le parti del corpo e i cristiani nelle città della terra. L’anima abita nel corpo ma non è del corpo; i cristiani abitano nel mondo, ma non sono del mondo. L’anima è racchiusa nel corpo ed essa sostiene il corpo; così anche i cristiani sono nel mondo, ed essi sostengono il mondo. Dio li ha messi in un posto tale che ad essi non è lecito abbandonare”.

Siamo chiamati a dare sapore, a dare sostegno al mondo. Dunque, prima di un’azione, la missione è un modo di stare, una presenza nascosta ma efficace, come il sale, la luce, l’anima. Essere anima significa essere vivi, dare la vita, mostrare che la vita ha un senso, che ogni uomo e ogni donna lo può trovare. Tutti hanno diritto a una vita sensata e bella. È un invito anche per noi oggi a una riflessione che ci lascia aperte alcune domande: che cosa vuol dire dare sapore? Che sapore diamo prima alla nostra vita e poi a quella degli altri? Quando ci sembra di aver perso il sapore del sale nella nostra esistenza di cristiani e di testimoni del lieto annuncio che è il Vangelo per ogni uomo e donna della terra?

Anche per noi non è lecito abbandonare il posto dove Dio ci ha collocati.

E che questo Anno Francescano sia davvero per la Comunità Diocesana di Macerata un tempo di conversione, di misericordia e di pace. Così che, guardando le nostre opere buone, il mondo possa dire: qui c’è il Vangelo, qui c’è la luce di Cristo.

Amen.

*Penitenziere Maggiore

condividi su