
di mons. Nazzareno Marconi*
Carissimi confratelli,
riflettevo che per me, da quando sono diacono, questo è il mio quarantatreesimo Giovedì Santo, mentre il quarantaduesimo da quanto sono prete. Nei primi anni questa celebrazione era ancora caratterizzata dallo stupore e dalla gratitudine per il dono ricevuto, che aveva dato un significato e tracciato una strada chiara per la mia vita.
Poi crescendo, il sentimento dominante è stato quello di rispondere ad una domanda chiara: “A che punto è il mio sacerdozio?” Non con un senso oppressivo di colpa, perché, ringraziando Dio ed i miei formatori, non mi sono mai spaventato dei miei limiti, che avevo ed ho ben chiari; ma mi sono sempre gettato con fiducia nelle braccia della misericordia di Dio.
La mia domanda: “A che punto è il mio sacerdozio?” Nasceva e nasce dal desiderio sereno di ripartire, ad ogni Giovedì Santo, con una maggiore motivazione ed una richiesta sincera e forte al Signore di procedere nel bene.
In tutti questi anni di ministero ho incontrato tanti preti, ho ascoltato tante storie di preti ed ho imparato poche cose, ma molto chiare. Una che vorrei condividere con voi è la certezza, sempre più limpida, che esiste un segnale indubitabile dell’inizio della crisi di un prete.
Che i preti siano in crisi non è una novità e non dovrebbe sconvolgere. Nella vita di tutti gli esseri umani ci sono momenti di crisi, li vivono i giovani, li vivono i fidanzati, li vivono gli sposi. Perché non dovremmo guardare come normale, il fatto che anche nella vita di un prete ci possano essere i momenti difficili e di crisi?
Nel libro del Siracide si dice: “Figlio se vuoi servire il Signore, preparati alla tentazione” (Sir 2,1). Quindi la stessa Parola di Dio ci rassicura che confrontarsi con la crisi non è un segno di fallimento, ma semplicemente dipende dal fatto che siamo vivi e veri. Però è importante riconoscere la crisi, per poterla affrontare e vincere. E, come dicevo, il segnale della crisi di un prete, dell’inizio di questa crisi, si potrebbe condensare in una espressione recitata con tono stanco: “Devo andare a dire la Messa”. Questo è un segno di crisi, non solo per il tono stanco e l’accento sul dovere, di quello che dovrebbe essere il momento più bello e positivo della nostra giornata.
Ma soprattutto perché in questa espressione: “devo dire la Messa” è completamente ribaltato l’atteggiamento di fondo del nostro sacerdozio.
Se vorrete vincere le crisi dovrete comprendere esistenzialmente e non solo intellettualmente, che tutto il segreto sta qui: Non è il prete che dice la Messa, ma è la Messa che dice al prete chi sei.
Non ho solo ascoltato i preti in questi anni, ma ho anche letto tanti testi di analisi sociologica, teologica e psicologica sul prete e la crisi del prete. Ho letto anche testi autobiografici di preti in crisi, che quasi sempre cercano di convincerci e forse di convincersi, che la loro crisi ormai consumata, sia sempre stata colpa di qualcun altro. Da tutti questi testi emerge come la crisi del prete sia sempre una crisi di identità: chi sono io per la gente? Chi sono io ai miei stessi occhi? Cosa sono diventato, rispetto a quello che credevo di essere?
Ed è sempre la risposta che diamo a queste domande, che determina il superare o subire la crisi.
Questa risposta sull’identità del prete, sulla mia identità, non possono darmela gli altri, ma deve sorgere dal mio intimo.
Ora, un grande aiuto ci giunge proprio da quello che ho appena detto: Non è il prete che dice la Messa, ma è la Messa che ti dice chi sei.
La risposta all’identità del prete te la dona proprio il mistero eucaristico che tu celebri. È la Messa che ti dice che tu sei, prima di tutto, il testimone stupito ed affascinato, del fatto che il Signore Gesù continua a donarsi totalmente: corpo, sangue, anima e divinità, ad un mondo che il più delle volte assiste distratto a questo dono.
La Messa ti dice che: tu per primo, sei l’uditore di una Parola che ogni giorno ti viene donata ed a cui dovresti rispondere con convinzione secondo le parole del Salmo: “Luce ai miei passi la tua parola, guida sicura sul mio cammino” (Sal 118).
La Messa ti dice che il Cristianesimo non è una religione, né un culto, cioè un’azione umana con cui l’uomo, che si sente di aver ricevuto da Dio ogni dono, cerca in qualche modo di mettersi in pari, di sentirsi a posto con Dio, restituendogli qualcosa attraverso i simboli del culto, della lode e della devozione.
La religione cerca di farti sentire a posto con Dio, di sentire di avere fatto il tuo, pagato il tuo debito alla vita, attraverso riti, preghiere, usanze e sacrifici rispettati.
Non è però questo la Messa, nella quale diamo a Dio cose di poco o nessun valore: pane, vino, le luci dell’altare e il suono della nostra voce, mentre il Signore Gesù ci dona tutto sé stesso, offerto per noi. Se la religione è un modo per sentirsi a posto con Dio, la Messa funziona proprio male, perché se la vivi davvero, ti fa solo sentire più in debito e più indegno di quando hai iniziato a celebrarla.
La religione ti accomoda, il Cristianesimo e la Messa invece ti scomodano sempre.
La Messa ti dice che il Cristianesimo non è una religione, ma una relazione divinamente sproporzionata, in cui sarebbe giusto ripetere incessantemente la frase di San Francesco alla Verna: “chi sei tu Signore, chi sono io vilissimo verme?”.
La Messa ti dice perciò che tu sei costituito esistenzialmente: testimone ed annunciatore al mondo, di questa relazione divinamente sproporzionata, tra il Signore Gesù e noi, in cui tutto è dono e soprattutto misericordia.
La tua identità di prete, detta dalla Messa, è quella di essere una persona scomodata, dalla tua relazione con un Dio che ti ama senza tuo merito. E per questo ogni prete è una persona che scomoda gli altri, soprattutto ogni volta che cercano di mettersi a posto con Dio e con la vita, di trovare un compromesso facile per dire a tutti che abbiamo fatto abbastanza, che non dobbiamo nulla a nessuno e soprattutto a Dio.
Che una tale identità non lasci tranquilli non dovrebbe stupire. D’altra parte, sorprendendo tanti preti e qualche vescovo, da rettore amavo dire ai miei alunni che: “fare il prete, non è un mestiere per le anime che amano il quieto vivere”.
Vorrei chiudere questa meditazione a voce alta, con la frase che ripetiamo nel rito del battesimo: “Questa è la nostra fede, questa è la fede della Chiesa e noi ci gloriamo di professarla, in Cristo Gesù nostro Signore”.
*Vescovo di Macerata



