
di mons. Nazzareno Marconi*
La festa di San Sebastiano, Patrono della Polizia Locale, permette di riflettere su questa grande figura di Santo e di uomo delle Forze dell’Ordine.
Vissuto al tempo della persecuzione di Diocleziano, uno degli ultimi tentativi da parte dell’Impero Romano di impedire la diffusione del cristianesimo, su Sebastiano abbiamo informazioni sicure da Sant’Ambrogio, che lo presenta come una delle figure più gloriose della primitiva Chiesa di Milano. Sebastiano, infatti, era nato a Milano, in quella Chiesa che in onore di Sant’Ambrogio sarebbe poi stata chiamata Ambrosiana.
La prima cosa che ci narra Ambrogio è che Sebastiano, invece di accontentarsi di vivere a Milano, dove la persecuzione contro i cristiani era sicuramente molto più blanda, per quelle che oggi chiameremmo “cause di servizio”, accettò di trasferirsi a Roma. Dove certo le sue qualità di militare e di comandante potevano meglio emergere, ma anche dove il rischio di scontrarsi con una persecuzione più dura era sicuramente maggiore.
La prima caratteristica di questo Santo martire è perciò la bella mescolanza di coraggio e dedizione al servizio. A Roma, durante la persecuzione, Sebastiano si impegnava non soltanto nel suo compito professionale, guadagnando la stima dei superiori e l’affetto dei sottoposti, ma anche in un’ampia azione di sostegno ai fragili e alla difesa dei deboli, tanto da venire definito dal Pontefice del tempo con il bellissimo titolo di “defensor ecclesiae” il difensore della Chiesa.
Questo è un secondo bell’insegnamento di Sebastiano, che intendeva il servizio dell’ordine, attuato anche attraverso la forza, come un servizio di difesa e di tutela delle persone e della loro vita; in particolare nella difesa dei deboli e dei fragili.
In un mondo competitivo e spesso geloso della gloria degli altri, com’era la corte imperiale di Roma, le virtù di Sebastiano non potevano passare inosservate e per questo il vostro patrono si ritrovò ad essere denunciato, processato e condannato, a motivo della sua fede.
Sebastiano subì così la sentenza di morte tipica dei militari, che oggi corrisponderebbe alla fucilazione, ingiungendo ad un plotone di arcieri suoi sottoposti di trafiggerlo con le loro frecce.
La sentenza venne eseguita, ma Sebastiano che era dato per morto, venne invece portato via dal luogo dell’esecuzione ancora vivo e curato da mani pietose.
Questo episodio, che viene trasmesso dalla leggenda, narra però qualcosa di molto bello e significativo di cui possiamo essere certi: il legame di Sebastiano con i suoi uomini, che non mancano di obbedire all’ordine ricevuto, trafiggendo il loro amato capitano con i loro archi, ma che mostrano la loro dedizione a lui e la loro competenza miliare, nel saperlo ferire senza ledere nessun organo vitale, così da salvargli la vita.
Questa salvezza insperata dalla prima esecuzione, una volta guarito, avrebbe permesso a Sebastiano di fuggire in incognito. Ma questo significava abbandonare la propria coerenza di vita, la propria dedizione al dovere, il proprio impegno di difesa dei deboli. Per questo Sebastiano, appena ristabilito, riprese il suo impegno di difensore della Chiesa e una volta scoperto, ciò portò l’imperatore a condannarlo ad una pena capitale che non permettesse alternative. Fu perciò ucciso con la morte degli schiavi attraverso una tremenda flagellazione.
È bella la leggenda di San Sebastiano, che si radica su un’esistenza storica e sul ricordo grato e affettuoso che di lui ebbero i cristiani di Roma, tanto da chiamare le catacombe dove fu seppellito, catacombe di San Sebastiano, e tali sono chiamate fino ad oggi.
Il mio augurio, per questo vostro bellissimo anniversario, è che i valori umani e cristiani del vostro santo patrono, continuino ad illuminare la vostra azione, a servizio del nostro popolo e dei valori della nostra civiltà cristiana ed umana. Un servizio per cui vi siamo sinceramente grati e per cui rinnoviamo tutta la nostra stima ed amicizia.
*Vescovo di Macerata


