Macerata

Vescovo: «Dalla Trinità nasce il dono del Servizio»

L'Anno Pastorale si è chiuso all'Abbadia di Fiastra

di Mons. Nazzareno Marconi*

Omelia di fine anno pastorale 2026.

SANTISSIMA TRINITÀ

 

“Dio, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui” (Gv 3,17).

 

Cari fratelli e sorelle,

vorrei ricordare un famosissimo affresco di Masaccio, custodito nella basilica di Santa Maria Novella a Firenze, ed intitolato la Santissima Trinità, che illustra la festa liturgica che celebriamo oggi. Guardandolo con attenzione, si rimane colpiti da una cosa: il centro della scena non è un’idea, non è una teoria su Dio, non è un simbolo astratto. Al centro c’è Cristo crocifisso. Sopra di lui il Padre lo sostiene, e tra il Padre e il Figlio scende in volo la colomba dello Spirito Santo. La Trinità si manifesta così a noi: attraverso la persona di Gesù, il Figlio fatto uomo e crocifisso per l’umanità.

Questo è già un messaggio fondamentale. Quando la Chiesa contempla il mistero della Trinità, non viene invitata a perdersi in speculazioni lontane dalla vita. Al contrario, viene ricondotta a Gesù Cristo. Il mistero più alto di Dio si è reso visibile nel volto di un uomo. La rivelazione definitiva di Dio non è un concetto, ma una persona.

Ce lo ha ricordato con forza papa Leone pochi giorni fa chiudendo l’Assemblea dei vescovi italiani e con essa il Cammino Sinodale delle Chiese in Italia.

Dopo il tempo dell’ascolto e della riflessione deve iniziare ora quello dell’azione e delle scelte prioritarie, ed ha detto il Papa: “la priorità è il Vangelo (…)  perché è dal Vangelo che nasce la fede, come incontro vivo con Cristo, morto e risorto, presente nella sua Chiesa. Oggi, nel contesto in cui siamo chiamati a operare, confrontandoci con altre prospettive di vita e con sfide antropologiche inedite, riportare al centro il Vangelo è il dono che dà entusiasmo alla nostra vita ed è l’urgenza che ci spinge.

Siamo dunque chiamati a domandarci: quale volto di Dio lasciamo trasparire nella predicazione, nella catechesi, nella liturgia, nella carità, nella vita delle nostre comunità? In che modo favoriamo l’incontro con Cristo e che cosa significa oggi, per noi e per le nostre Chiese, iniziare altri alla vita cristiana?”.

Il Papa ci esorta a purificare e correggere il nostro sguardo sul volto di Dio che cerchiamo di annunciare al mondo, rendendolo più evangelico, ponendo Cristo e Cristo crocifisso al centro della Trinità, come fa Masaccio nel suo capolavoro.

Allo stesso modo il Vangelo di oggi ci ha fatto ascoltare una delle affermazioni più sorprendenti di tutta la Scrittura: «Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui».

Notiamo bene: Dio manda il Figlio “nel mondo”. Non per allontanare gli uomini dal mondo, non per insegnare loro a fuggire dalla storia, ma per salvare il mondo dall’interno. La fede cristiana è diversa da ogni visione religiosa che immagina la salvezza come una fuga dalla realtà umana verso un mondo divino distante e separato. Nella fede cristiana accade il contrario: è Dio che esce da sé e viene verso l’uomo. Questo è il cuore del nostro annuncio. E lo ha ricordato sempre il Papa nella bellissima enciclica Splendida Humanitas che dovremo iniziare a leggere e meditare insieme, perché traccia un percorso prezioso di formazione e discernimento sul presente e sul futuro del mondo e dei valori umani che lo sostengono nel bene comune.

La Trinità ci rivela proprio questo messaggio di amore di Dio per l’uomo. Dio non è una solitudine eterna chiusa in sé stessa. Dio è comunione, relazione, dono reciproco. Il Padre si dona al Figlio, il Figlio si riceve dal Padre e si dona a Lui, lo Spirito Santo è il vincolo vivente di questo amore. Dio è amore perché in Dio c’è da sempre un movimento di uscita da sé e di dono.

E quando Dio crea il mondo e l’uomo, continua questo movimento. L’amore, per sua natura, non resta chiuso in sé stesso. L’amore esce da sé verso l’amato. E il Vangelo dice che Dio ha amato così tanto il mondo da donare il suo Figlio.

Dio non ha amato un’umanità ideale. Ha amato questa umanità concreta, fragile, ferita, contraddittoria che siamo tutti noi. Ha amato il mondo degli uomini e delle donne reali, con le loro paure, i loro peccati, le loro lotte.

Spesso pensiamo che il problema fondamentale dell’uomo sia la sua debolezza. Ma la Scrittura ci mostra qualcosa di ancora più profondo: il vero male è il ripiegamento su sé stessi. Il peccato è la chiusura dell’io. È l’illusione di bastare a sé stessi, di non avere bisogno né di un padre in cielo, né di fratelli e sorelle sulla terra.

Quando l’uomo si chiude in sé stesso, comincia a vedere l’altro come una minaccia. E allora nasce la rivalità, l’invidia, la violenza. L’io chiuso in sé stesso finisce per uccidere l’altro, almeno nel cuore, se non nei fatti. Ma questa dinamica non si ferma lì. Chi vive solo per sé stesso, alla fine distrugge anche sé stesso.

L’egoismo promette la vita, ma produce solitudine. Promette libertà, ma genera schiavitù. Promette felicità, ma lascia un vuoto sempre più profondo.

In un certo senso, l’umanità porta dentro di sé una tendenza autodistruttiva, è questo il volto più concreto del peccato originale. Lo vediamo nelle guerre, nelle ingiustizie, nelle divisioni che attraversano le famiglie, le comunità e persino il cuore di ciascuno di noi. Quando l’uomo si mette al centro di tutto, finisce per perdere sé stesso.

Ecco allora il significato della missione di Cristo. Dio non manda il Figlio per condannare questa umanità fragile e ferita. Non viene a puntare il dito contro di noi. Viene a salvarci da questa spirale mortale dell’egoismo.

Cristo ci salva mostrandoci un modo nuovo di essere uomini, Figli del Padre celeste guidati e sostenuti dallo Spirito Santo in quella grande fraternità che dovrebbe sempre più essere la Chiesa. Gesù ci insegna che la vita non si trova nel possesso, ma nel dono. Non nell’affermazione di sé contro gli altri, ma nell’apertura agli altri. Non nella vendetta, ma nel perdono.

Per questo Masaccio colloca al centro della Trinità la croce. Perché la croce è la rivelazione più alta di chi è Dio.

Guardando il Crocifisso, vediamo un uomo che viene respinto, umiliato, tradito, torturato. Eppure, non restituisce il male ricevuto. Non condanna. Non distrugge. Ama fino alla fine.

La croce è l’immagine perfetta dell’amore trinitario entrato nella storia. È il Figlio che si dona totalmente al Padre e agli uomini. È Dio che risponde all’odio con l’amore. È Dio che risponde alla violenza con il perdono.

Noi spesso immaginiamo la salvezza come una forza che elimina i nemici. Cristo invece salva trasformando il cuore. Non vince uccidendo, ma lasciandosi uccidere. Non trionfa schiacciando l’avversario, ma amando chi lo perseguita.

Per questo la croce non è il segno di una sconfitta. È il segno della vittoria più grande. La vittoria dell’amore sull’egoismo. La vittoria del dono sul possesso. La vittoria della comunione sulla solitudine.

E qui comprendiamo che il mistero della Trinità non è lontano dalla nostra vita quotidiana. Ogni volta che scegliamo il perdono invece della condanna, entriamo nella logica della Trinità. Ogni volta che ci doniamo per amore, partecipiamo alla vita stessa di Dio. Ogni volta che rompiamo il cerchio dell’egoismo per accogliere un fratello e nell’amore metterci al suo servizio, rendiamo presente nel mondo il volto del Dio trinitario. Perché a ben vedere il contrario dell’egoismo è proprio il servire.

Per questo al centro di questa celebrazione abbiamo l’istituzione di nuovi Ministri, cioè di servitori, che giungono dalla comunità cristiana e si pongono al suo servizio.

La domanda allora non è soltanto: chi è Dio? La domanda è: quale uomo nasce dalla fede nel Dio Trinità?

Nasce un uomo capace di amare. Un uomo che non vive più per sé stesso. Un uomo che sa che la propria vita acquista significato quando diventa dono, offerta, servizio. Un uomo che, guardando Cristo crocifisso, impara che la vera grandezza non è possedere ma condividere, che la vera vittoria non è condannare ma salvare, che il vero potere non è dominare ma servire.

Fratelli e sorelle, oggi la Chiesa ci invita a contemplare il mistero della Trinità. Non per allontanarci dalla terra, ma per imparare ad abitare il mondo con il cuore stesso di Dio. Un cuore che ama tanto da uscire da sé. Un cuore che non si arrende davanti al peccato dell’uomo. Un cuore che continua a cercarci, a raggiungerci, a salvarci.

Guardiamo allora il Crocifisso della Trinità di Masaccio. In quel volto vediamo il volto del Padre che ama il mondo. In quel corpo donato vediamo il Figlio che ci salva. In quell’amore che unisce il Padre e il Figlio vediamo lo Spirito Santo che vuole trasformare anche la nostra vita.

E chiediamo la grazia di diventare, in mezzo al mondo, uomini e donne che riflettono questo amore: non l’amore che trattiene, ma l’amore che si dona; non l’amore che condanna, ma l’amore che salva, non l’amore che si fa servire, ma quello che si mette a servizio di Dio e dei fratelli.

*Vescovo di Macerata

condividi su