Lettera Pastorale 2026

PREGHIERA PER L’ANNO PASTORALE 2026-2027

Signore Gesù,
Tu che hai scelto di incontrare i tuoi discepoli in un giorno qualunque,
insegnaci a riconoscere la tua presenza nei giorni semplici della nostra vita.

Donaci un cuore capace di abitare il quotidiano con fede,
di custodire ogni persona con rispetto e tenerezza,
di trasformare la fretta in ascolto,
l’abitudine in fedeltà,
il lavoro in servizio,
le relazioni in luoghi di comunione.

Rendici sapienti costruttori del tuo Regno:
amanti della verità, educatori alla speranza,
custodi dell’umano, operatori di giustizia e di pace,
capaci di camminare insieme come un solo popolo.

Fa’ che le nostre famiglie, le parrocchie e le Unità Pastorali
diventino case accoglienti, dove ciascuno si senta conosciuto, amato e accompagnato.

Maria, Donna di Nazaret,
che hai vissuto con straordinario amore la semplicità di ogni giorno,
insegnaci ad accogliere il Signore nella ferialità della vita
e a seguirlo sempre con cuore umile e fedele.

Amen.

Diocesi di Macerata
Lettera pastorale 2026-2027

Custodire l’umano, abitare il quotidiano
Per diventare sapienti costruttori del Regno di Dio.

Introduzione

La grazia di un anno apparentemente ordinario

Carissimi fratelli,

dopo il dono del Giubileo e dell’Anno del Centenario di san Francesco d’Assisi, possiamo domandarci quale cammino il Signore ci indichi per il nuovo Anno Pastorale.
Dopo aver pazientemente riflettuto e pregato ed essermi confrontato per un migliore discernimento, mi sono convinto che il Padre ci inviti a riscoprire la bellezza dell’ordinario.
Siamo portati a pensare che siano gli eventi straordinari a cambiare la vita e talvolta viviamo così anche la fede, aspettandoci che Dio si manifesti soprattutto nelle grandi celebrazioni o nelle esperienze più intense. Il Vangelo, invece, racconta altro: Gesù incontra le persone nella quotidianità, mentre lavorano, camminano, condividono la tavola o vivono la loro normale esistenza. Dio non attende che la nostra vita diventi straordinaria; è la Sua presenza a renderla tale.
La cultura del nostro tempo ci spinge continuamente verso la novità, la velocità e l’emozione. Anche la Chiesa può essere tentata di misurare la vitalità della fede dalla quantità degli eventi organizzati. Eppure, sappiamo che la vita, come la fede, cresce soprattutto nella fedeltà quotidiana: una famiglia si costruisce giorno dopo giorno, un’amicizia si rafforza nel tempo condiviso e una comunità diventa casa attraverso relazioni vissute con pazienza, perdono e responsabilità.
Per questo desideriamo che il nuovo Anno Pastorale sia un’occasione per riscoprire il valore spirituale del quotidiano. Non sarà un anno meno importante, ma forse uno dei più fecondi, perché ci aiuterà a riconoscere il luogo nel quale Dio ci attende ogni giorno: la vita concreta.
In questo cammino ci accompagneranno tre grandi maestri.
Il primo è il Vangelo di Giovanni, che ci farà sostare sull’incontro di Gesù con i suoi primi discepoli: un incontro avvenuto in un giorno qualunque, ma capace di trasformare un’intera esistenza.
Il secondo è la spiritualità del quotidiano, maturata nella riflessione di santi, teologi e pastori che hanno contemplato la vita nascosta di Gesù a Nazaret. Essa ci insegna che la santità nasce soprattutto dalla fedeltà alle piccole cose vissute con amore.
Il terzo è Papa Leone XIV che, nella sua Enciclica Magnifica Humanitas, invita a custodire l’umano in un tempo segnato da profondi cambiamenti e dall’intelligenza artificiale. Custodire l’umano significa mettere sempre la persona al centro, difendere la dignità delle relazioni, del tempo donato, dell’ascolto, della libertà, della coscienza e della cura reciproca.
Queste tre prospettive convergono in un unico invito: custodire l’umano significa imparare ad abitare il quotidiano. È lì che il Signore ci precede, continua a chiamarci e affida alla Chiesa la missione di testimoniare il Vangelo e partecipare alla costruzione del suo Regno.
Con questo spirito iniziamo il nostro nuovo Anno Pastorale. Questa Lettera pastorale è come una cartina geografica fatta per accompagnarci a vivere meglio il cammino di quest’anno, per riconoscere la presenza del Signore nei giorni feriali della vita. Forse il miracolo più grande non è vivere momenti straordinari, ma accorgerci che Dio opera già nell’ordinarietà di ogni giorno.

Macerata, 31 luglio Sant’Ignazio di Loyola

+ Nazzareno Marconi
Vescovo di Macerata

I
«Che cosa cercate?»

L’incontro con Cristo accade in un giorno qualunque

Ogni cammino di fede nasce dall’incontro con la persona di Gesù Cristo. Per questo il nostro Anno Pastorale si apre con una delle pagine più semplici e profonde del Vangelo di Giovanni (Gv 1,35-39), che racconta la chiamata dei primi discepoli.
La scena è essenziale. Giovanni Battista indica Gesù dicendo: «Ecco l’Agnello di Dio». Due discepoli lo seguono e Gesù, voltandosi, pone loro una domanda che raggiunge ogni uomo: «Che cosa cercate?». Non domanda chi siano, ma va al cuore dei loro desideri più profondi. Anche noi, spesso senza accorgercene, cerchiamo felicità, pace, speranza e relazioni autentiche.
I discepoli rispondono: «Rabbì, dove dimori?». Non cercano una teoria, ma desiderano condividere la sua vita. Gesù li invita semplicemente: «Venite e vedrete». Così nasce ancora oggi la fede: non dall’accumulo di conoscenze, ma dall’esperienza vissuta della presenza del Signore nella nostra vita.
L’evangelista ricorda perfino l’ora dell’incontro: «Erano circa le quattro del pomeriggio». Un dettaglio che rivela come quell’istante abbia cambiato per sempre la vita del discepolo. Ma era un pomeriggio qualunque ed un’ora anonima: il Vangelo sembra dirci che Dio ama gli appuntamenti feriali.
Noi, invece, siamo spesso tentati di aspettare che avvengano segni straordinari. Eppure, la storia della salvezza mostra il contrario: Abramo, Mosè, Maria, i pescatori e i discepoli di Emmaus incontrano Dio nella vita ordinaria. Il Signore entra nella nostra storia senza sottrarci alla nostra quotidianità.
Per questo siamo chiamati a una conversione dello sguardo: riconoscere che Dio ci attende proprio nei giorni feriali. Ogni giornata, ogni incontro, ogni gesto di cura e ogni responsabilità vissuta con amore possono diventare luoghi di grazia.
L’incontro con Cristo non ci allontana dalla vita, ma ce la restituisce con occhi nuovi. Chi rimane con Lui impara a riconoscerne la presenza nella famiglia, nel lavoro, nella scuola, nella comunità e in ogni ambiente della vita.
Papa Leone XIV, nella Magnifica Humanitas, ricorda che custodire l’umano significa abitare il tempo e le relazioni senza lasciarsi dominare dalla fretta. Allo stesso modo il Vangelo ci insegna che la fede nasce dal sostare con Gesù, dal lasciarsi trasformare dalla Sua presenza e dall’imparare ad abitare il mondo con uno sguardo più umano ed evangelico.

L’ordinario non è il contrario della grazia. È il luogo quotidiano nel quale Dio continua a donarci la sua grazia.

II

La tentazione dello straordinario

Quando anche la Chiesa rischia di dimenticare la forza del quotidiano

Se il Vangelo ci insegna che Dio ci incontra nell’ordinarietà della vita, dobbiamo invece riconoscere che spesso siamo influenzati da una cultura che privilegia ciò che è nuovo, veloce ed emozionante. Anche la vita spirituale rischia così di essere misurata dall’intensità delle esperienze piuttosto che dalla profondità della fede.
Siamo portati ad attendere grandi eventi, pellegrinaggi o celebrazioni speciali. Sono doni preziosi, ma il Vangelo ci pone una domanda decisiva: che cosa sostiene la nostra fede quando l’evento è terminato e ricomincia la vita di ogni giorno? La risposta non è un nuovo appuntamento, ma una relazione viva con il Signore.
La fede cresce nella fedeltà: all’ascolto quotidiano della Parola, all’Eucaristia domenicale, alla preghiera perseverante, ai piccoli gesti di carità e alle responsabilità vissute con amore. La vita cristiana assomiglia più a un albero che cresce lentamente e porta frutto che a un fuoco d’artificio destinato a spegnersi in pochi istanti.
Anche le comunità cristiane possono cadere nella tentazione di misurare la loro vitalità dal numero delle iniziative. Una Chiesa viva è certamente creativa, ma non deve confondere l’attivismo con la missione. Prima dell’agire viene il dimorare con Cristo; prima dell’organizzazione viene la comunione con Lui. È questa relazione che rende fecondo ogni servizio e ci ricorda che il protagonista della missione è lo Spirito Santo.
Lo stesso vale nelle relazioni umane: una famiglia, un matrimonio o un’amicizia si costruiscono nella fedeltà dei giorni, non soltanto nei momenti eccezionali. Così anche il rapporto con Dio si alimenta nella costanza della preghiera e della vita quotidiana, preparando il cuore a riconoscere la sua presenza nelle gioie e nelle prove.
La spiritualità del quotidiano ci insegna che non esistono giorni insignificanti. Ogni giornata può diventare occasione di bene, ogni incontro una chiamata, ogni responsabilità un cammino di santificazione.
Papa Leone XIV, nella Magnifica Humanitas, mette in guardia da una cultura dominata dalla fretta e dall’efficienza, che rischia di farci perdere la capacità di sostare, ascoltare e contemplare. Gesù, invece, ha sempre vissuto il tempo dell’amore: si è fermato davanti ai malati, ha ascoltato i peccatori, ha condiviso la vita con gli amici. La Chiesa sarà davvero profetica non inseguendo il ritmo del mondo, ma custodendo il ritmo umano del Vangelo.
Il compito del nostro Anno Pastorale è allora riscoprire la fedeltà che nasce dall’amore: continuare a pregare, servire, educare, perdonare e costruire relazioni anche quando tutto sembra ordinario. È proprio così che il Regno di Dio cresce: come il seme nella terra, il lievito nella pasta e la luce che, senza fare rumore, continua a vincere il buio.

L’ordinario non è il contrario della grazia. È il luogo nel quale la grazia mette radici e porta frutto.

III

La santità della vita quotidiana

Il Vangelo dei giorni feriali

Se il Vangelo ci mostra che Gesù incontra i suoi discepoli in un giorno qualunque e ci mette in guardia dalla ricerca dello straordinario, nasce una domanda decisiva: dove cresce realmente la fede raggiungendo la santità? La risposta è semplice: cresce nella vita di ogni giorno.
La fede matura nei gesti ripetuti con amore, nelle responsabilità vissute con fedeltà e nelle relazioni custodite con pazienza. È questa la buona notizia del Vangelo: Dio non abita soltanto i momenti eccezionali, ma il quotidiano, e lì siamo chiamati a diventare santi.
Lo testimonia la stessa vita di Gesù. I Vangeli raccontano pochi anni della sua vita pubblica, mentre quasi trent’anni sono trascorsi nel silenzio di Nazaret, tra il lavoro, la famiglia, la preghiera e le relazioni semplici. Prima di annunciare il Regno, il Figlio di Dio ha condiviso la normalità della vita umana. Nazaret ci insegna che il quotidiano non è un tempo di attesa, ma già il luogo della salvezza.
Per questo la santità non consiste anzitutto nel compiere opere straordinarie, ma nel vivere con straordinario amore ciò che ogni giorno ci viene affidato. È la “santità della porta accanto”, ricordata da Papa Francesco: quella dei genitori, dei nonni, degli insegnanti, dei sacerdoti, dei consacrati, dei volontari e di quanti servono con fedeltà e speranza. Una santità discreta, che non fa rumore, ma continua a sostenere il mondo.
La spiritualità del quotidiano ci invita ad abitare il presente. Il passato alimenta la memoria e il futuro la speranza, ma è nell’oggi che possiamo incontrare Dio. Ogni giornata diventa così un’occasione per amare le persone che ci sono affidate, svolgere con onestà il proprio lavoro, custodire la parola data, chiedere perdono e ricominciare con fiducia. La vita cristiana cresce attraverso piccoli gesti vissuti con amore perseverante.
Anche le nostre comunità sono chiamate a riscoprire questa sapienza. Una parrocchia cresce quando, insieme alle parrocchie riunite dall’Unità Pastorale, diventa una famiglia che accoglie, ascolta, celebra l’Eucaristia, condivide la Parola, accompagna i giovani, sostiene gli anziani e si prende cura dei più fragili. Sono questi gesti semplici che edificano la Chiesa e rendono credibile il Vangelo.
La missione nasce proprio da qui, dall’abitare con fedeltà i luoghi della vita quotidiana: la famiglia, il lavoro, la scuola, il quartiere, la parrocchia, l’UP, la Diocesi. Prima di andare lontano, siamo chiamati a testimoniare il Vangelo accanto a chi il Signore ci affida ogni giorno.
La spiritualità del quotidiano ci libera da due illusioni: che Dio si incontri solo nelle esperienze eccezionali e che la santità sia riservata a pochi. Ogni giorno è abitato da Dio, ogni persona è chiamata alla santità e ogni gesto d’amore contribuisce già alla costruzione del Regno.
Il nostro Anno Pastorale, quindi, non ci invita a cercare una vita diversa, ma a guardare con occhi nuovi quella che già viviamo. Perché è nell’ordinario che la grazia opera silenziosamente, facendo crescere la nostra umanità e conducendoci alla santità.

L’ordinario non è il contrario della grazia. È il luogo nel quale la grazia lentamente cresce e converte la nostra vita.

IV

Custodire l’umano

L’appello di Papa Leone XIV in Magnifica Humanitas

Dopo aver riscoperto, alla luce del Vangelo, il valore dell’ordinarietà e della santità dei giorni feriali, il nostro cammino incontra una domanda decisiva: come custodire l’umano in un mondo che cambia così rapidamente?
È la domanda che Papa Leone XIV pone nella sua Enciclica Magnifica Humanitas. Non è soltanto una riflessione sulla tecnologia, ma sul destino dell’uomo. Lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, la rivoluzione digitale e le profonde trasformazioni del nostro tempo aprono nuove possibilità, ma chiedono anche un serio discernimento. La vera domanda non è solo che cosa siamo capaci di fare, ma che cosa ci rende autenticamente umani?
Papa Leone XIV ricorda che nessun progresso è tale se dimentica la dignità della persona. Nessuno può essere ridotto a un numero, a un dato o a una prestazione. Ogni uomo e ogni donna sono un volto, una storia, una relazione, qualcuno amato da Dio. Custodire l’umano significa allora custodire la coscienza, la libertà, la responsabilità, la compassione e l’amore, realtà che nessuna tecnologia potrà mai sostituire.
L’Enciclica richiama anche una verità profondamente legata al nostro Anno Pastorale: l’umano si custodisce soprattutto nella vita quotidiana. Sono i piccoli gesti di ogni giorno, il tempo donato all’ascolto, la pazienza verso i più fragili, la capacità di fermarsi, il rispetto delle parole, il valore del silenzio e la gratuità del servizio, a costruire una vita pienamente umana. Il rischio più grande del nostro tempo non è la tecnologia, ma dimenticare la persona.
Quando tutto accelera, rischiamo di perdere la pazienza dell’attesa e di misurare ogni cosa con il criterio dell’efficienza. Abitare il quotidiano significa invece restituire valore al tempo, riconoscere che una conversazione è molto più di uno scambio di informazioni, che una famiglia non è un’organizzazione e che una comunità cristiana non è un’azienda. Ogni persona è sempre un dono da accogliere, mai un problema da risolvere.
Anche la pastorale è chiamata a lasciarsi interrogare da questa prospettiva. Non basta organizzare bene: occorre prendersi cura, ascoltare, accompagnare e far sentire ciascuno accolto. In un mondo sempre più connesso, la Chiesa è chiamata a distinguersi per la qualità delle relazioni; in un mondo dominato dalla velocità, a custodire il ritmo umano del Vangelo; in una società che misura tutto con i risultati, a continuare a credere nella forza silenziosa del seme e del lievito.
Per questo il nostro Anno Pastorale accoglie l’invito della Magnifica Humanitas come uno stile di vita. Custodire l’umano significa imparare ogni giorno a custodire la dignità delle persone che il Signore ci affida. Così il Vangelo continua a incarnarsi nella storia e il nostro tempo può diventare un tempo di autentica speranza.

L’ordinario non è il contrario della grazia. È il luogo nel quale la grazia ci sostiene nell’impegno di custodire l’umano, cominciando a custodire le relazioni.

V

Custodire l’umano, abitare il quotidiano

Lo stile del sapiente costruttore

Al termine di questo cammino emerge un filo conduttore: Gesù ci incontra nella vita ordinaria, ci libera dalla ricerca dello straordinario, ci insegna la santità della fedeltà quotidiana e, attraverso Papa Leone XIV, ci invita a custodire l’umano. Tutto questo ci rivela come la spiritualità del quotidiano non sia una forma minore di vita cristiana, ma la sua espressione più autentica e produttiva di Bene Comune.
Nella Magnifica Humanitas, Papa Leone XIV presenta il credente come un sapiente costruttore. Non un protagonista in cerca di imprese straordinarie, ma una persona che, con pazienza, costruisce relazioni, fiducia, comunità, pace e speranza. Come una casa che cresce mattone dopo mattone, anche il Regno di Dio si edifica attraverso la fedeltà quotidiana di chi prega, educa, lavora, serve, ascolta, perdona e ricomincia.
Chi rimane con Cristo non resta fermo, ma diventa costruttore del Bene Comune nei luoghi in cui vive. Per questo la nostra Chiesa desidera assumere lo stile del sapiente costruttore attraverso alcuni orientamenti fondamentali.

1. Rimanere fedeli alla verità
Viviamo immersi in un flusso continuo di informazioni, immagini e opinioni. È sempre più difficile distinguere ciò che è vero da ciò che semplicemente attira l’attenzione. Per questo vogliamo educarci, personalmente e comunitariamente, all’amore per la verità: la verità del Vangelo, la verità della persona umana, la verità delle relazioni, la verità dei fatti.
Come discepoli di Cristo non possiamo accontentarci di ciò che emoziona o convince nell’immediato. Siamo chiamati a cercare ciò che è vero, anche quando costa fatica. Per questo le nostre comunità continueranno a mettere al centro l’ascolto della Parola di Dio, il discernimento comunitario e una formazione cristiana capace di dialogare con le grandi domande del nostro tempo.

2. Investire nell’educazione
Ogni epoca educa. La domanda è: verso quale umanità? L’educazione non riguarda soltanto la scuola. È il compito della famiglia, della comunità cristiana, dell’oratorio, dell’associazionismo, dei movimenti, di ogni adulto che accompagna la crescita di un giovane. Abbiamo bisogno di educare non soltanto all’uso degli strumenti, ma alla sapienza della vita. Educare al silenzio. Alla libertà. Al senso critico. Alla responsabilità. Alla fedeltà agli impegni. Allo spirito di sacrificio. Alla fraternità.
Anche l’intelligenza artificiale domanda uomini e donne intelligenti nel cuore, capaci di discernimento, di coscienza e di libertà. La nostra diocesi continuerà a investire con convinzione nella formazione delle giovani generazioni e degli adulti, perché ogni crescita tecnologica sia accompagnata da una crescita umana e spirituale.

3. Custodire le relazioni
Forse questa è la sfida più urgente. Le tecnologie ci permettono di essere sempre connessi. Ma non sempre siamo davvero vicini. La qualità della vita cristiana si misura dalla qualità delle relazioni. Nessun algoritmo potrà sostituire uno sguardo. Nessuna piattaforma potrà sostituire una comunità. Nessuna macchina potrà sostituire un cuore che ascolta. Vorrei che le nostre parrocchie e le Unità Pastorali fossero riconosciute, prima ancora che per le attività che organizzano, per la qualità dell’accoglienza che sanno offrire. Comunità nelle quali ciascuno si senta conosciuto, chiamato per nome, accompagnato. Mai freddamente giudicato, mai lasciato solo. Questo significa custodire l’umano.

4. Amare la giustizia e costruire la pace
La spiritualità del quotidiano non ci allontana dalla storia. Ci rende ancora più responsabili della storia. Ogni scelta economica. Ogni stile di consumo. Ogni linguaggio. Ogni utilizzo delle tecnologie. Ogni gesto di solidarietà. Ogni attenzione verso i più fragili. Tutto contribuisce a costruire una società più giusta oppure più disumana. Per questo desideriamo essere comunità attente ai poveri, agli anziani, ai malati, ai giovani, alle famiglie in difficoltà, ai lavoratori, a chi cerca pace e speranza. La pace comincia sempre dai piccoli gesti. Nasce nelle nostre case. Cresce nelle nostre comunità. Raggiunge il mondo quando impariamo a riconoscere nell’altro non un avversario, ma un fratello.

5. Costruire insieme
C’è un’ultima parola che desidero consegnare alla nostra Chiesa: quello che il mondo chiama Corresponsabilità e che la Chiesa sta imparando a chiamare Sinodalità.
Nessuno costruisce il Regno di Dio da solo. Abbiamo bisogno gli uni degli altri. Sacerdoti e laici. Consacrati e famiglie. Giovani e anziani. Associazioni, Gruppi, Movimenti e Parrocchie unite in Unità Pastorali. La nostra diocesi è ricca di carismi. L’Anno Pastorale sia un’occasione per imparare ancora di più a camminare insieme, ascoltandoci reciprocamente e riconoscendo che lo Spirito Santo distribuisce i suoi doni a tutto il popolo di Dio.
Il cantiere della Chiesa non si costruisce con protagonisti solitari. Si costruisce con molte “pietre vive” che trovano la loro unità in Cristo, pietra angolare.
Questo, in fondo, significa abitare il quotidiano. Continuare a costruire il Bene Comune senza cercare il clamore. Seminare anche quando i frutti tardano ad arrivare. Restare fedeli anche quando il cammino appare faticoso. Perché sappiamo che il Signore lavora con noi.

Conclusione

Carissimi fratelli,
questa Lettera pastorale non vuole essere un punto di arrivo, ma l’inizio di un nuovo tratto del nostro cammino sinodale.
Abbiamo contemplato Gesù che, nel Vangelo di Giovanni, incontra i primi discepoli in un giorno qualunque e li invita a seguirlo. Abbiamo riconosciuto la tentazione di inseguire ciò che è straordinario e riscoperto, a Nazaret, che la santità cresce nella fedeltà dei giorni. Con Papa Leone XIV abbiamo imparato che custodire l’umano significa mettere sempre la persona al centro e vivere le relazioni con cura, anche in un tempo segnato dalla tecnologia.
Da questo itinerario nasce una convinzione: chi incontra Cristo, abita il quotidiano e custodisce l’umano, diventa un sapiente costruttore di comunione, pace, speranza e futuro.
Il Signore non ci chiede anzitutto di fare di più, ma di vivere in modo nuovo ciò che già riempie le nostre giornate, trasformando l’abitudine in fedeltà, la fretta in presenza, l’efficienza in cura e l’individualismo in fraternità.
Vorrei che, al termine di questo Anno Pastorale, la nostra diocesi fosse riconosciuta non tanto per il numero delle iniziative, quanto perché è diventata più umana, più fraterna e più evangelica. Con famiglie più accoglienti, comunità aperte, giovani accompagnati, anziani e malati sostenuti, poveri accolti come fratelli, una Chiesa nella quale ciascuno possa sentirsi davvero a casa.
Affidiamo questo cammino a Maria, donna di Nazaret, che ha saputo abitare il quotidiano con un cuore totalmente aperto a Dio. A Lei affidiamo le nostre famiglie, le comunità, i sacerdoti, i consacrati e tutti coloro che vivono e operano nella nostra diocesi, perché impariamo ogni giorno a incontrare, discernere, abitare, custodire e costruire.
Sono i cinque verbi del discepolo e di una Chiesa fedele al Vangelo.

Dio ama l’ordinario. Per questo ha scelto di abitarlo. Anche noi, abitando il quotidiano con il cuore di Cristo, potremo custodire l’umano e costruire, giorno dopo giorno, il suo Regno.

31-07-2026
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