
In circa un migliaio si sono ritrovati ad Assisi per celebrare nella Basilica di Santa Maria degli Angeli l’apertura dell’Anno Pastorale 2026-27 della Diocesi di Macerata nell’ambito del giubileo francescano. Dalle Unità Pastorali dei tredici comuni del territorio diocesano, fedeli, tra giovani, catechisti ed educatori, hanno raggiunto il piazzale antistante la Basilica per radunarsi dapprima in processione al fianco del vescovo mons. Nazzareno Marconi e della comunità sacerdotale. Significativo il passaggio all’interno della Porziuncola a un mese dall’anniversario degli 800 anni dalla morte di San Francesco (ora festa nazionale), uno dei luoghi più importanti della vita del Santo e della devozione verso il Patrono d’Italia.
In Santa Maria degli Angeli, Basilica in cui mons. Marconi si ritrovava a pregare nei suoi anni di studi e insegnamento in Umbria, il Vescovo ha poi presieduto la Messa. Durante l’omelia, il presule ha inoltre anticipato ai presenti la consegna della sua lettera pastorale “Custodire l’umano, abitare il quotidiano, alla chiesa locale. All’interno del documento, cinque impegni concreti che papa Leone XIV ha individuato nell’Enciclica Magnifica Humanitas, definendoli imprescindibili per una “civiltà dell’amore”: rimanere fedeli alla verità, investire nell’educazione, custodire le relazioni, amare la giustizia e costruire la pace; non ultima, la capacità di costruire insieme, la sinodalità.
Il Vescovo ha poi rivolto il suo caloroso ringraziamento agli oltre centotrenta giovani della Diocesi che nella notte hanno affrontato un pellegrinaggio notturno di 14 km da Spello ad Assisi, percorrendo un tratto della Via Lauretana.
L’omelia del vescovo Marconi:
Carissimi fratelli e sorelle,
siamo qui, ad Assisi, nella città di Francesco, per aprire insieme il nuovo Anno Pastorale della nostra Chiesa di Macerata. Non è un caso che abbiamo scelto questo luogo. Qui tutto parla di un uomo che ha imparato a riconoscere Dio non negli eventi straordinari, ma nella polvere delle strade, nel volto del lebbroso, nel canto degli uccelli, nella fatica di ogni giorno. Francesco è il santo del quotidiano abitato da Dio, e per questo è la guida più giusta per il cammino che stiamo per intraprendere.
Siamo venuti fin qui insieme, come un solo popolo in cammino: sacerdoti e laici, famiglie e giovani, consacrati e anziani, le nostre parrocchie e le nostre Unità Pastorali. Questo pellegrinaggio non è soltanto una bella gita comunitaria: è un gesto simbolico che dice come vogliamo vivere l’anno che ci sta davanti. Vogliamo iniziarlo mettendoci in ascolto, proprio come Francesco si è messo in ascolto della voce del Crocifisso, lasciandoci mettere in discussione, lasciando che sia il Vangelo, e non le nostre abitudini, a orientare i nostri passi.
Il Vangelo che accompagna l’inizio di questo Anno Pastorale racconta l’incontro tra Gesù e i primi discepoli. Non avviene in un tempio solenne, non è accompagnato da segni prodigiosi: due uomini seguono Gesù per strada, ed Egli si volta e chiede semplicemente: «Che cosa cercate?». Loro rispondono con un’altra domanda, quasi timida: «Maestro, dove abiti?». E Gesù non spiega, non tiene una lezione: dice soltanto «Venite e vedrete». Così nasce la fede: non da un discorso, ma da un giorno condiviso, da un’ora qualunque che l’evangelista ricorda con precisione, come se fosse rimasta scolpita per sempre: erano le quattro del pomeriggio di un giorno come tanti.
Francesco ha vissuto esattamente questa logica. La sua conversione non nasce da una visione clamorosa calata dall’alto, ma da una serie di incontri feriali: un lebbroso incrociato sulla strada, che prima gli faceva ripugnanza e che un giorno abbraccia; un crocifisso che, nella piccola chiesa dimenticata di San Damiano, gli sussurra «Va’ e ripara la mia casa»; un padre che lo umilia in pubblico e davanti a cui Francesco si spoglia, letteralmente, di tutto. Sono episodi minimi, quasi domestici, eppure da lì nasce uno dei cammini di santità più grandi della storia della Chiesa. Dio non ha aspettato che Francesco diventasse un personaggio importante: lo ha incontrato mentre era ancora un ragazzo confuso, dentro le pieghe ordinarie della sua vita.
È esattamente l’invito che la nostra Lettera pastorale di quest’anno ci consegna: custodire l’umano, abitare il quotidiano. Non un programma fatto di grandi eventi, ma un cammino che ci chiede di imparare ariconoscere che Dio è già qui, dentro le nostre giornate feriali, dentro le famiglie, il lavoro, le fatiche, le relazioni di ogni giorno. Francesco lo aveva capito con radicalità: la sua non è stata anzitutto una fuga dal mondo, ma un modo nuovo di abitarlo con povertà, con letizia, con uno sguardo di fratellanza verso ogni creatura, dal sole alla morte, dal lupo di Gubbio al più povero degli uomini.
C’è una tentazione, ci ricorda la nostra Lettera, che riguarda anche le nostre comunità: quella di misurare la vitalità della fede dal numero delle iniziative, dall’intensità delle emozioni, dalla grandezza degli eventi. Francesco ci mette in guardia proprio da questo rischio. Non ha fondato un movimento spettacolare: ha vissuto il Vangelo alla lettera, giorno dopo giorno, con i suoi frati, nella povertà, nel lavoro manuale, nella preghiera semplice, nella cura dei malati. La sua rivoluzione è stata silenziosa, fatta di gesti piccoli e ripetuti con amore. Ed è proprio questa la santità della porta accanto di cui parliamo nella Lettera: quella dei genitori, dei nonni, dei catechisti, dei volontari, di chi non fa rumore ma sostiene il mondo con la fedeltà di ogni giorno.
Custodire l’umano è anche il grande tema che Papa Leone XIV consegna alla Chiesa nell’Enciclica Magnifica Humanitas: in un tempo dominato dalla velocità, dall’efficienza e dalle tecnologie, il rischio più grande non è il progresso in sé, ma il dimenticare la persona. Ebbene, nessuno come Francesco ci insegna a custodire l’umano restando fedeli al creato, ai fratelli più fragili, al tempo donato, all’ascolto gratuito. Il Cantico delle Creature non è un inno romantico a madrenatura: è la preghiera di un uomo che, nella malattia e nella sofferenza degli ultimi mesi della sua vita, nella sua quotidianità più dura, ha continuato a riconoscere in ogni creatura un fratello e una sorella, e in tutto il creato il volto di Dio Altissimo, Onnipotente e Buono, l’unico Signore.
Fratelli e sorelle, torneremo tra poco alle nostre case, alle nostre parrocchie, alle nostre Unità Pastorali. Ci aspettano gli stessi giorni feriali di sempre: lo stesso lavoro, le stesse famiglie, le stesse fatiche, forse le stesse fragilità. Ma se abbiamo camminato oggi sui passi di Francesco, possiamo tornare con uno sguardo diverso: sapendo che è proprio lì, nell’ordinario, che il Signore ci attende; che la santità non è riservata a pochi eroi, ma è offerta a chiunque impari a vivere con amore straordinario le cose di ogni giorno.
Per questo, al termine di questa celebrazione, consegnerò alla nostra Chiesa la Lettera pastorale per il nuovo anno: “Custodire l’umano, abitare il quotidiano”. Non un documento da archiviare, ma una piccola cartina geografica per orientare i nostri passi su cinque priorità: la fedeltà alla verità, l’impegno educativo, la cura delle relazioni, l’amore per la giustizia e per la pace, il costruire insieme, come Chiesa sinodale, il Regno di Dio.
Affidiamo questo Anno Pastorale a san Francesco e a Maria, donna di Nazaret, che ha saputo abitare il quotidiano con un cuore tutto aperto a Dio. Che il Signore ci conceda di essere, come Francesco, sapienti costruttori del suo Regno: non cercando cose grandi, ma vivendo con amore grande le cose piccole che ogni giorno Egli ci affida.












