2019/12/01 Meditazione Ritiro Avvento delle Confraternite

01-12-2019

All’inizio dell’Avvento, il primo dei tempi forti dell’anno liturgico, siamo invitati a riflette sul senso del tempo. Da sempre l’uomo ha riflettuto sul significato del tempo e la sua visione del tempo che passa cambia molto il suo modo di vivere. Pensate alla differenza tra un adolescente, che vede il tempo che passa come una cosa bella, tanto che per molti adolescenti “il tempo non passa mai”. Mentre l’adulto e l’anziano possono vederlo come una condanna, il tempo scorre troppo in fretta per loro. Quale è il pensiero dalla fede e della Bibbia sul tempo? Cosa ci insegna?

 

Partiamo da un bel salmo, il salmo 90, una preghiera che il Salterio attribuisce a Mosè, «uomo di Dio» (Sal 90,1), frutto della sua peculiare e straordinaria esperienza religiosa ricca di una sapienza divina sulla autentica via della vita.

Leggiamolo con un brevissimo commento.

 

90 Preghiera. Di Mosè, uomo di Dio.

Signore, tu sei stato per noi un rifugio
di generazione in generazione.
Prima che nascessero i monti
e la terra e il mondo fossero generati,
da sempre e per sempre tu sei, Dio.

Dio eterno, è a fianco di ogni uomo nel corso del suo tempo, come aiuto e rifugio.

Tu fai ritornare l’uomo in polvere
e dici: «Ritornate, figli dell’uomo».
Ai tuoi occhi, mille anni
sono come il giorno di ieri che è passato,
come un turno di veglia nella notte.

L’uomo è fragile, è polvere, ma questa fragilità è guidata dalla parola di Dio, che lo chiama a vivere bene il suo tempo.

Li annienti: li sommergi nel sonno;
sono come l’erba che germoglia al mattino:
al mattino fiorisce, germoglia,
alla sera è falciata e dissecca.

Perché siamo distrutti dalla tua ira,
siamo atterriti dal tuo furore.
Davanti a te poni le nostre colpe,
i nostri peccati occulti alla luce del tuo volto.

Tutti i nostri giorni svaniscono per la tua ira,
finiamo i nostri anni come un soffio.

Tra gli uomini soprattutto i malvagi sono fragili, anche se cercano di nasconderlo, perché sono lontani da Dio ed è questo che soprattutto li giudica.
10 Gli anni della nostra vita sono settanta,
ottanta per i più robusti,
ma quasi tutti sono fatica, dolore;
passano presto e noi ci dileguiamo.
11 Chi conosce l’impeto della tua ira,
tuo sdegno, con il timore a te dovuto?

Tutti gli uomini in ogni caso sono fragili e spesso meritevoli del giudizio di Dio per le loro colpe.
12 Insegnaci a contare i nostri giorni
e giungeremo alla sapienza del cuore.
La risposta a questa condizione umana di fragilità è imparare a vivere bene il tempo, questa è la vera sapienza che il salmista chiede a Dio ed è il centro di svolta del salmo e della vita.

13 Volgiti, Signore; fino a quando?
Muoviti a pietà dei tuoi servi.
14 Saziaci al mattino con la tua grazia:
esulteremo e gioiremo per tutti i nostri giorni.
15 Rendici la gioia per i giorni di afflizione,
per gli anni in cui abbiamo visto la sventura.

16 Si manifesti ai tuoi servi la tua opera
e la tua gloria ai loro figli.
17 Sia su di noi la bontà del Signore, nostro Dio:
rafforza per noi l’opera delle nostre mani,
l’opera delle nostre mani rafforza.

Tra gli uomini, coloro che imparano da Dio l’arte di vivere il tempo, vivranno nel bene e sperimenteranno una particolare efficacia delle proprie azioni, le loro opere saranno rafforzate da Dio.

 

«Insegnaci a contare i nostri giorni e acquisteremo un cuore saggio» (Sal 90,12) dice il salmista. L’uomo infatti, con le sue risorse interiori, può riflettere sulla sua condizione di essere storico, ma solo Dio può insegnargli a dare il giusto peso ai suoi giorni, traendo così, da questa illuminazione, i germi di una condotta intelligente, buona e feconda.

Cosa ci insegna allora il Signore sul nostro rapporto con il tempo?

 

L’uomo nel tempo

 

Sappiamo che solo l’essere umano, fra i viventi che Dio ha creato, è dotato della consapevolezza del tempo. Si tratta di una dotazione naturale, attivata però e perfezionata dall’apprendimento. I bambini di fatto imparano presto a distinguere i momenti della giornata, riconoscendo e accettando che c’è un tempo per mangiare e un tempo per dormire, un tempo per giocare e un tempo per ascoltare la voce del genitore che racconta una storia. La diversità dei momenti, con la loro necessaria complementarietà, è il primo passo della giusta comprensione della vita, “c’è un tempo (giusto) per ogni cosa sotto il cielo” dice il saggio Qoelet (Qo 3,1-8). Su questa sapienza basilare si fondano le regole religiose ed anche il ritmo dell’anno liturgico. I latini dicevano “preserva l’ordine e l’ordine ti preserverà” e questo vale anche per il nostro rapporto con il tempo.

Ma vivere con ordine il tempo non basta a risolvere il problema di cui diventando adulti si è sempre più coscienti: quello dello scorrere inesorabile del tempo.

La clessidra, anche se non più usata per misurare le ore, appartiene al nostro immaginario collettivo: i granellini di sabbia che lentamente, ma senza interruzione, scendono fino a svuotare completamente la parte superiore dello strumento, evocano gli attimi della nostra vita che se ne vanno, uno dopo l’altro, per sempre. Niente può impedire il consumarsi dell’esistere, quasi noi contemplassimo, da spettatori passivi, il nostro progressivo svanire.

Questa esperienza produce una considerazione della vita che si tinge fatalmente di tristezza, perché l’essere umano si vede sottoposto a un dinamismo di sottrazione, a un logorio incessante delle proprie risorse, si sente votato allo svuotamento di una misura prestabilita, che gli appare sempre insufficiente.

«Gli anni della nostra vita – dice il nostro salmo in una bella traduzione più letterale- sono settanta, ottanta per i più robusti, e il loro agitarsi è fatica e delusione; passano in fretta e noi voliamo via» (Sal 90,10).

Alla tristezza, che abitualmente ci spinge a non pensare a queste cose, si unisce un profondo senso di insoddisfazione per non riuscire a portare a compimento quello che si è progettato; e l’ansia di fronte all’incertezza del domani si lega con la paura di fronte alla certezza del morire.

Sembra poi che tutto ciò che facciamo debba svanire con noi, per questo ogni impegno appare vano.

Questo non è solo un pensiero moderno, già la Bibbia ha riflettuto su questo modo di sentire il tempo e la vita come un affannarsi inutile. Dice il nostro salmo:

Noi umani siamo «come un sogno al mattino, come l’erba che germoglia; al mattino fiorisce e germoglia, alla sera è falciata e secca» (Sal 90.5-6).

Questa è la realtà, ci dice la Bibbia, e negarla o dissimularla sarebbe illusione, idiozia, e persino peccato, in quanto mancanza di «timor di Dio», non riconoscere la nostra fragilità è infatti il rifiuto di riconoscere la radicale differenza tra noi creature e Dio Creatore ed Eterno.

D’altra parte, la brevità della vita non contraddice la sua preziosità; in un certo senso anzi la caducità conferisce paradossalmente maggior pregio a ogni attimo dell’esistere. A motivo della sua unicità e irripetibilità, l’istante presente, il solo a disposizione della creatura umana, è carico di valore, perché racchiude la possibilità di operare il bene e di creare così una storia sensata.

Vivere nel tempo da creature fragili, ma senza disperarsi ed operando il bene, è la sapienza che dobbiamo imparare da Dio e che il mondo non conosce.

«Insegnaci a contare i nostri giorni e acquisteremo un cuore saggio» (Sal 90,12)

C’è infatti una radicale opposizione tra la sapienza ‘mondana’, superficiale e malevola, e quella ispirata da Dio e volta al bene. Partendo dal medesimo presupposto della inconsistenza degli esseri visibili, si delineano infatti due strade divergenti; la Scrittura insegna tale differenza, criticando gli stolti, che si rendono sì conto della brevità della vita, ma ragionando male, ne traggono conseguenze negative e dannose.

È soprattutto il libro della Sapienza a illustrare questo distorto processo interpretativo, in una pagina mirabile, che vale la pena di citare per intero. E’ una modernissima descrizione di un pensiero materialista, che non avendo posto nel tempo dell’uomo per Dio e per la vita dallo spirito sfocia in un pessimismo distruttivo e nella esaltazione del piacere materiale e immediato.

Così gli empi dicono fra loro sragionando:

«La nostra vita è breve e triste;

non c’è rimedio quando l’uomo muore,

e non si conosce nessuno che liberi dal regno dei morti.

Siamo nati per caso

e dopo saremo come se non fossimo stati: è un fumo il soffio delle nostre narici,

il pensiero è una scintilla nel palpito del nostro cuore, spenta la quale, il corpo diventerà cenere

e lo spirito svanirà come aria sottile.

Il nostro nome cadrà, con il tempo, nell’oblio e nessuno ricorderà le nostre opere. (Sap 2,1-3).

Data questa visione tutta negativa del tempo umano il pensiero empio ha una sola via di uscita come continua ad insegnare il nostro testo:

“Venite dunque e godiamo dei beni presenti, gustiamo delle creature come nel tempo della giovinezza!

Saziamoci di vino pregiato e di profumi, non ci sfugga alcun fiore di primavera,

coroniamoci di boccioli di rosa prima che avvizziscano; nessuno di noi sia escluso dalle nostre dissolutezze.

Lasciamo dappertutto i segni del nostro piacere, perché questo ci spetta, questa è la nostra parte.

Spadroneggiamo sul giusto, che è povero, non risparmiamo le vedove, né abbiamo rispetto per la canizie di un vecchio attempato. La nostra forza sia legge della giustizia, perché la debolezza risulta inutile”. (Sap 2,6-20).

Come si vede chiaramente da questa lucida pagina biblica, l’avvizzirsi del fiore della vita invece di indurre nel cuore umano sentimenti di umiltà e responsabilità, produce in taluni l’esaltazione esasperata del piacere, unita al disprezzo per ogni altra visione del mondo, da cui si dipana una condotta cinica e crudele.

 

Rovesciare la clessidra.

 

Ma, ci lo dice la stessa Scrittura, esiste un modo diverso di vivere la fragilità del nostro essere nel tempo, c’è una via diametralmente opposta a quella degli empi. L’immagine della clessidra può essere ‘rovesciata’, nel senso di essere interpretata diversamente, in senso positivo. Invece di guardare, con tristezza alla parte superiore che si svuota, lo sguardo sapiente si porta sulla parte inferiore che viene ‘riempita’, fino a raggiungere finalmente la misura perfetta del tempo assegnato, fino a trasformare lo scorrere in una immagine positiva di eternità. La massa informe della sabbia, calando, forma un meraviglioso e inspiegabile disegno, traccia la figura di un uomo, l’uomo nuovo, una creatura vivente di vita immortale, un prodigio creativo che si realizza solo con il lento passare del tempo.

E’ quanto insegna con una sintesi bella e poetica il prefazio dei defunti:

 

In Cristo tuo Figlio, nostro salvatore, rifulge a noi la speranza della beata risurrezione, e se ci rattrista la certezza di dover morire, ci consola la promessa dell’immortalità futura. Ai tuoi fedeli, o Signore, la vita non è tolta, ma trasformata; e mentre si distrugge la dimora di questo esilio terreno, viene preparata un’abitazione eterna nel cielo.

 

Il ‘passaggio’ da una dimensione all’altra, dalla parte superiore a quelle inferiore della clessidra, potrebbe allora essere paragonato all’ingranaggio del mulino: i semi dalla parte superiore scendono, macinati, sotto forma di farina bianca pronta per diventare pane. È allora ciò che sta sotto a essere rilevante, a dare senso a tutto lo scorrere del tempo umano. Il «cadere in terra» del seme è un morire che produce frutto (Gv 12,24).

L’aspirazione non sia perciò quella di far durare il tempo transitorio, ma di trasformare ciò che passa in seme di eternità. Chi vive nel Cristo e crede nella resurrezione ribalta la clessidra del tempo e vede ed interpreta la storia guardando alla seconda ampolla della clessidra, come creazione di un mondo perenne.

La fine del processo perde così la sua dimensione tragica. Nel fondo di ogni essere umano rimane indubbiamente la paura, motivata dall’incertezza, ma l’approccio credente aiuta a uscire dalla paura, orientando il cuore alla speranza.

Ma c’è di più: nella lettura credente il tempo è prezioso non perché ci sfugge, ma perché è di ogni attimo che è costruita l’eternità. Il credente attribuisce al suo faticoso consumarsi il valore di una costruzione spirituale, quella che è fondata sulla fede nel Creatore, quella che è resa possibile dall’amore seminato nel suo cuore. Ciò che rende divino ed eterno l’istante passeggero è di fatto la carità, cioè l’amore nella sua più pura qualità. L’amore che ora vivo, se è vero amore, se è carità, illumina il presente e resterà nel futuro, come dice l’Apostolo in 1Cor 12.

“La nostra conoscenza è imperfetta e imperfetta la nostra profezia. Ma quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà. Quand’ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Ma, divenuto uomo, ciò che era da bambino l’ho abbandonato. Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch’io sono conosciuto. Queste dunque le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e la carità; ma di tutte più grande è la carità”.

Carità possibile per l’uomo, perché creato a immagine di Colui che è carità somma. Amore che può invadere e penetrare ogni realtà, anche la più modesta, e che può far brillare ogni istante dell’esistere, così che la creatura fatta d’argilla si trasformi, giorno dopo giorno, in un essere di luce.

 

La preghiera trasforma il tempo.

 

Perché questo nuovo modo di vivere il tempo si realizzi dobbiamo “entrare in preghiera”.

Non si tratta di recitare delle preghiere, ma di assumere una disposizione del cuore che si pone davanti a Dio e si lascia istruire da Lui.

Si tratta di vivere un ascolto intimo, silenzioso e continuo del Signore che parla. Perché è la sua Parola a trasformare la persona, a cambiare radicalmente le prospettive e le finalità del vivere, orientandole in maniera rispettosa verso la vera vita. La preghiera è il crogiolo nel quale si raffina l’uomo spirituale, è il passaggio che trasforma il tempo che fugge nel “buon pane” dell’eternità, è il ‘passaggio’ che trasforma l’uomo fatto di polvere nel figlio di Dio che vive in comunione eterna con il Padre.

Gli esercizi di preghiera servono, anzi sono preziosi per entrare in preghiera, vivere di preghiera, essere preghiera. Ogni istante della vita deve essere infatti vissuto in Dio, ricevendo da Lui ciò che esalta l’atto di libertà e dà pienezza al passaggio della creatura sulla faccia della terra.

La preghiera non qualifica un tempo speciale nell’arco della giornata o nei cicli settimanali e annuali. Non è una parte del tempo e soprattutto non è un tempo a parte. La preghiera autentica è la consacrazione del tempo, di ogni ora, di ogni istante. La preghiera è ciò che consente a ogni attimo fuggevole di diventare raggio dell’eterna luce. Chi vive in preghiera vede tutto secondo la promessa eterna di Dio, e quindi egli contempla, spiritualmente, il suo trasformarsi in nuova creatura.

Con la preghiera come respiro della propria vita il passato è accolto in un abbraccio riconoscente, il futuro è atteso e desiderato perché colorato di sublime speranza. Chi prega esce dalla morsa della paura di morire, perché il suo morire corporeo è sentito e vissuto come nuova creazione.

Dopo aver compreso questo anche noi come i discepoli dobbiamo chiedere: «Signore, insegnaci a pregare».

 

Conclusione.

Tutto questo testimonia la preziosità del vostro impegno: le Confraternite, il servizio come Ministri della Comunione, hanno la primaria finalità di educare alla preghiera e di accompagnare i fratelli in un cammino di preghiera. Se farete questo, farete tantissimo, se non farete questo, tutto il resto svanirà con il tempo che passa e cancella le cose degli uomini, mentre restano eterne solo le cose di Dio.

 

NOTA

Questa meditazione è ispirata da un bel libro del mio maestro all’Istituto Biblico, Padre Pietro Bovati SJ., un uomo di Dio quasi ottantenne che già da giovane era ricco sia di sapienza umana che spirituale.

P.Bovati, I giorni di Dio, Vita e pensiero, 2013.