2021/10/17 Apertura Diocesana Sinodo 21-23 – Omelia

17-10-2021

Il vangelo di questa domenica giunge come una forte provocazione ad illuminare l’apertura del nostro Cammino Sinodale. Il Papa ha chiesto a tutta la Chiesa di mettersi in ascolto: della Parola di Dio, dei Segni dei tempi e di ciò che lo Spirito dice alle Chiese, per comprendere come Dio vuole che camminiamo in questo tempo di profondi cambiamenti.

Il Vangelo parla di una prima tentazione da evitare: “Signore, noi vogliamo che tu faccia ciò che ti diremo” (Mc 10,35) dicono gli apostoli. Questa è la perenne tentazione degli uomini religiosi, di qualunque religione inventata dagli uomini: vedere tutta l’azione sacra come una tecnica per ottenere da Dio ciò che desideriamo. Quante volte abbiamo sentito dire: “ho pregato, ho fatto il buono, ho anche firmato per l’8×1000… perché il Signore non ha fatto ciò che gli ho chiesto?”.

La Chiesa di Cristo, la Chiesa del Vangelo non è la comunità delle persone semplicemente religiose, è invece la comunità degli uomini di fede, di coloro che si fidano di Dio e della sua volontà, si fidano di come Dio guida la storia umana e quella dei singoli e chiedono perciò: “Signore, cosa vuoi che io faccia?” (S. Francesco d’Assisi).

La grande domanda del Sinodo non è perciò: “Cosa vogliamo fare?”, ma “Signore, poiché ci fidiamo di Te più che delle nostre idee, poiché crediamo in Te: Cosa vuoi che facciamo?”.

Nel vangelo Gesù insegna una via certa per conoscere la volontà del Padre. Prima di tutto ascoltare la sua Parola, che è Parola viva ed efficace, luce ai nostri passi e guida sicura del cammino (Sal 118).

Accanto ad essa invita a “leggere i segni dei tempi” (Mt 16,4). L’azione di Dio nella storia segue una mirabile coerenza, che spesso è ben diversa dalla mentalità del mondo. Il mondo, come dice il vangelo di oggi, segue logiche di primato e di potere, Dio invece indica logiche di servizio e di amore. La Madonna nel Magnificat canta con grande efficacia questa logica di Dio che: “innalza gli umili, sfama i poveri, soccorre con misericordia” (Lc 1,52-53). Chi vuol fare la volontà di Dio in questo tempo, chi vuol trovare le tracce dell’azione di Dio tra noi, chi vuol leggere i segni dei tempi: guardi tra gli ultimi ed i dimenticati, tra gli scartati piuttosto che tra i primi, ci ricorda con insistenza il Papa. Si ponga a servizio del bene comune, piuttosto che in condizione di farsi servire, o peggio di servirsi degli altri.

Infine, ed è la sottolineatura più nuova del magistero di Papa Francesco: chi vuol conoscere la volontà di Dio, come dice l’Apocalisse, “ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese” (Ap 2,17). Infatti lo Spirito parla alle Chiese, nella loro interezza e pluralità, parlando al cuore di ogni credente. È l’unico Spirito di verità che donato nel battesimo ad ogni credente “insegna ogni cosa” (1Gv 2,27) e brilla perciò nelle convinzioni condivise da tutti i fedeli. È una dottrina classica che prende il nome di “sensus fidelium” cioè: quell’intuito frutto dell’unico Spirito che parla nel cuore di ogni battezzato, che guida la massa dei fedeli in modo sicuro nel riconoscere la volontà di Dio. Ricordata più volte nel Concilio, questa certezza che Dio guida la Chiesa dall’intimo dei cuori dei battezzati, quando si tratta di trovare la giusta direzione della fede, è già insegnata dai Padri della Chiesa, ma ha soprattutto ha brillato orientando la definizione dei dogmi mariani. Quando la Chiesa ha voluto parlare con verità di Maria, definendola Immacolata ed Assunta in Cielo, lo ha fatto ascoltando il sensus fidei del popolo di Dio: “ciò che lo Spirito dice alle Chiese”.

Sbaglierebbe grandemente, come dice il Documento preparatorio del Sinodo, chi pensasse che il Papa con questo Sinodo voglia proporre alla Chiesa un sondaggio di opinione, per saggiare i gusti della maggioranza come un qualunque politico ed indirizzare così al successo di pubblico il futuro cammino della Chiesa.

Il Sinodo è molto di più: è una chiamata ad una rinnovata e coraggiosa obbedienza della fede, che è obbedienza alla volontà di Dio, a cui tutti vogliamo sottoporci, dal Papa al più piccolo dei cristiani.

Oggi, anche nella nostra diocesi vogliamo partire per questa grande opera di discernimento comunitario, per questa bella e preziosa avventura dello Spirito.

Seguendo le indicazioni della Segreteria del Sinodo universale, vogliamo ripartire dall’ultimo Sinodo Diocesano celebrato ai tempi di mons. Carboni e piuttosto che creare nuove strutture, vogliamo ripensare e rilanciare le strutture di comunione e partecipazione che ci hanno guidato fino ad ora.

La novità infatti non la fanno le strutture, ma il cuore delle persone che le abitano in novità di vita e di fede. Perciò vogliamo consolidare e migliorare le due principali strutture di comunione e partecipazione ispirate dal Concilio e già presenti in Diocesi cioè: il Consiglio Presbiterale ed il Consiglio Pastorale Diocesano. Perché il cammino sinodale possa lasciare un duraturo cambio di stile nel nostro modo di lavorare in pastorale.

Il libro del nostro Sinodo tracciava un cammino che in parte è ancora da fare. Prima di tutto comprendere meglio: “la vera natura della Chiesa, che è Popolo di Dio animato dalla comunione e chiamato alla evangelizzazione ed alla testimonianza della carità”, mentre forse si continua ancora a pensare e progettare la Chiesa come: “una società, simile ad una organizzazione umana, politico-economica e ad una associazione assistenziale-umanitaria” (SD 20).

Questa nuova visione di Chiesa, insegnava il Sinodo, dovrà comportare una concentrazione sull’essenziale: “la fede, la speranza e a carità” (SD 32-35) ponendo tre obiettivi primari all’azione pastorale: “Formare una Chiesa tutta ministeriale. Evitare il clericalismo accentratore, ma anche l’invadenza laicale in ambiti non propri. Attivare strumenti ed organismi di partecipazione ecclesiale” (SD 21-23).

In particolare, già il nostro Sinodo, proponeva una “conversione pastorale” delle parrocchie che conserva ancora un profondo valore, diceva: “occorre sempre proporre la fede, non supporla. La comunità parrocchiale deve sentirsi in missione permanente, innanzi tutto verso il popolo di Dio pellegrino nel suo territorio; deve evitare i pregiudizi nei confronti degli altri, nella consapevolezza che la fede esige un cammino di conversione permanente e che lo Spirito opera anche fuori dei confini della Chiesa”(SD 193). Perciò “La parrocchia deve essere aperta a tutte le persone, superando la distinzione e separazione tra: vicini e lontani. La sua presenza deve sempre conservare lo stile del servizio, ma non può rinunciare ad essere istanza critica e profetica quando le strutture locali non promuovono la dignità della persona” (SD 195).

Si indicavano quindi degli strumenti concreti di questa conversione: primo tra tutti “il consiglio Pastorale, deputato al discernimento dei bisogni della comunità in ordine ad evangelizzazione, liturgia e carità; che operi suggerendo metodi e strumenti per una azione pastorale efficace e verificando poi le iniziative attuate” (SD 197).

Un ulteriore prezioso strumento indicato dal nostro Sinodo erano le Unità Pastorali. “Per attuare una nuova evangelizzazione, non si cerchino tanto nuove attività, quanto impostazioni ‘nuove’ delle iniziative già in atto, sperimentando, ad esempio, le Unità Pastorali” (SD  199).

Questa visione del nostro Sinodo, con cui abbiamo camminato in questi anni, è ancora attuale e ci spinge a procedere in maniera più forte e decisa verso questi obiettivi.

In sintonia con il pensiero innovativo del Sinodo della chiesa universale però: il compito principale di tutti questi organismi di comunione e confronto, non sarà quello di essere un canale di trasmissione dall’alto verso il basso di direttive, legate ad un progetto o piano pastorale teorico, ma piuttosto di essere “canali di ascolto”. Strutture capaci di raccogliere i pensieri propositivi e le buone pratiche che sorgono a livello del Popolo di Dio, come anche di identificare le necessità e le situazioni critiche, che abbisognano di un discernimento comunitario per trovare risposte sagge ed efficaci.

Come diceva il Concilio spero che questi nuovi Consigli diocesani aiutino la nostra Chiesa ad ascoltare, comprendere e prendere a cuore: “Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono”. Perché la Chiesa “è composta di uomini che, riuniti insieme nel Cristo, sono guidati dallo Spirito Santo nel loro pellegrinaggio verso il regno del Padre, ed hanno ricevuto un messaggio di salvezza da proporre a tutti”. (GS 1)

Tutto questo già avviene nella nostra diocesi, ma non sempre e non dovunque. La grande sfida del Sinodo, a partire da questo primo anno, sarà proprio quella di rendere questo stile pastorale diffuso su tutto il territorio e metodo normale e costante di azione.

Che la Mater Misericordiae, Madre della nostra Chiesa diocesana, ci sostenga e ci protegga in questo cammino che oggi iniziamo.