Intervento Convegno Il Welfare che verrà

Alternativi alla cultura dello scarto
27-01-2015

Siamo in un periodo pre-elettorale sia in ambito comunale che regionale, ci tengo perciò a chiarire da subito che la mia presenza qui non vuole in alcun modo cambiare una linea di equidistanza e di non schieramento del vescovo, più volte ribadita nelle mie dichiarazioni fin dal mio arrivo a Macerata.

Partecipo a questo incontro soltanto per dare voce ad un messaggio che il Santo Padre si è fortemente impegnato a diffondere, in riferimento ad una mentalità che in ambito politico e sociale sta prendendo piede nella nostra società e che sinteticamente il Papa caratterizza come: “la cultura dello scarto”. Ho la convinzione serena che chiarire quello che il Papa vuole dire con l’espressione: “cultura dello scarto” può contribuire al desiderio di impostare il welfare di tutta la popolazione maceratese in maniera corretta ed anche innovativa.

Mi preme in particolare chiarire quanto questo concetto si sposi con quella che la Chiesa ritiene una corretta visione del principio di sussidiarietà, a cui uno Stato moderno dovrebbe sempre meglio ispirarsi.

Ringrazio perciò dell’invito che mi è stato rivolto e spero con queste poche riflessioni di fornire un contributo alla vostra riflessione e dal vostro impegno.

Ero ad Assisi il giorno di San Francesco del 2013 quando Papa Francesco rivolse queste parole agli operatori del Seraficum, un centro all’avanguardia per l’assistenza ai pluri-handicappati.

“La società purtroppo è inquinata dalla cultura dello “scarto”, che è opposta alla cultura dell’accoglienza. E le vittime della cultura dello scarto sono proprio le persone più deboli, più fragili. In questa Casa invece vedo in azione la cultura dell’accoglienza. Certo, anche qui non sarà tutto perfetto, ma si collabora insieme per la vita dignitosa di persone con gravi difficoltà. Grazie per questo segno di amore che ci offrite: questo è il segno della vera civiltà, umana e cristiana! Mettere al centro dell’attenzione sociale e politica le persone più svantaggiate! A volte invece le famiglie si trovano sole nel farsi carico di loro. Che cosa fare? Da questo luogo in cui si vede l’amore concreto, dico a tutti: moltiplichiamo le opere della cultura dell’accoglienza, opere anzitutto animate da un profondo amore cristiano, amore a Cristo Crocifisso, alla carne di Cristo, opere in cui si uniscano la professionalità, il lavoro qualificato e giustamente retribuito, con il volontariato, un tesoro prezioso.

Servire con amore e con tenerezza le persone che hanno bisogno di tanto aiuto ci fa crescere in umanità, perché esse sono vere risorse di umanità”.

In queste parole ho trovato alcuni concetti chiave che ritengo realmente preziosi per la tematica che stiamo affrontando. La prima idea è quella che caratterizza la cultura dello scarto come opposta alla cultura dell’accoglienza. Si tratta infatti di comprendere come dice il Papa che le persone che hanno bisogno di aiuto non sono da guardare come dei problemi o dei fardelli di cui la società farebbe molto volentieri a meno, ma come delle vere risorse di umanità. Anche per quanti non credono, sviluppare una cultura dell’accoglienza che valorizza ogni persona in quanto tale, costituisce un argine fondamentale per impedire lo svilupparsi di comportamenti disumanizzanti, dei quali prima o poi tutta la società si trova a pagare il caro prezzo.

Il secondo concetto che il Papa esprime per raggiungere l’obiettivo di dare a tutti una vita dignitosa è la necessità di favorire in ogni modo ed a più di livelli. la logica della collaborazione.

Intanto una collaborazione tra le istituzioni e le famiglie che non debbono essere lasciate sole. La famiglia di fronte alle difficoltà di ogni tipo che riguardano i suoi componenti è una struttura fondamentale e particolarmente efficiente. La famiglia in modo molto naturale massimalizza le risorse che possiede per assistere chi sta al suo interno, se una famiglia sana e serena è aiutata ad affrontare le situazioni di difficoltà e non è lasciata sola, ciò che si investe sia in forma di elargizione di denaro che di offerta di servizi, viene moltiplicato nell’efficienza. Se invece la famiglia è lasciata sola, prima consuma le sue risorse sia economiche che umane, poi diventa essa stessa un moltiplicatore di problematiche, quando al suo interno non solo la persona svantaggiata, ma anche quanti hanno cercato di assisterla, si trovano ora in una situazione di fragilità. La scelta strategica della collaborazione tra istituzioni e famiglie ha quindi una rilevanza sociale ed una convenienza economica che sarebbe a mio parere davvero miope negare.

Il secondo livello della collaborazione deve instaurarsi e potenziarsi tra le istituzioni pubbliche e quelle che il Papa chiama in senso generale: “le opere della cultura dell’accoglienza”. Possiamo comprendere in questo ambito tutta la grande galassia delle iniziative di volontariato sociale e più in generale di quello che viene definito terzo settore. Uno spazio significativo nella relazione col mondo ecclesiale è costituito dalla realtà della Caritas nazionale e diocesana. La gran parte di queste opere della cultura dell’accoglienza sono animate come dice il Papa da un profondo amore cristiano, che costituisce una molla motivazionale per quanti vi operano e fa da moltiplicatore al loro interno per massimizzare l’efficacia delle risorse investite. Ma anche una sincera passione filantropica propria di persone non credenti può presentare caratteristiche simili. Sarebbe poco lungimirante da parte delle istituzioni pubbliche non valutare e valorizzare le occasioni che tali collaborazioni possono fornire in vista di un’efficacia dell’iniziativa di assistenza. Il Papa con grande concretezza e sapienza aggiunge che in queste opere devono unirsi per poter raggiungere una vera efficienza: la professionalità, il lavoro qualificato e giustamente retribuito, con il volontariato che è innegabilmente un tesoro prezioso per tutta la società.

Le parole del Papa se sono un invito ed un monito rivolto alle istituzioni pubbliche che operano in ambito sociale, sono anche, come è più che chiaro, una sfida per tutte le realtà di Chiesa che operano nel sociale a crescere in una disponibilità alla collaborazione sapiente con l’ente pubblico, a crescere anche in una professionalità che non esclude lo spazio ed il tempo del volontariato, ma lo inserisce in un contesto di efficienza e di qualità oggi indispensabile. Amo ripetere spesso ai miei collaboratori una frase che potrebbe assumere la connotazione di uno slogan ma che ritengo invece particolarmente densa di significato: il bene va fatto bene.

Un vero lavoro per una crescita qualitativa del welfare secondo la visione cristiana che Papa Francesco presenta con chiarezza non deve guardare soltanto alla persona svantaggiata da aiutare. Un essere umano sta veramente bene quando sta nel bene. Proporre comportamenti positivi, creare spazi in cui coloro che possono siano invitati e facilitati ad impegnarsi per il benessere degli altri, costituisce in questa ottica una crescita del welfare generale, sia di chi assiste chi di chi viene assistito. La ricerca della competenza e della professionalità in questa ottica si deve coniugare con la creazione di ambienti e situazioni lavorative per quanti operano nell’assistenza a più livelli che favoriscano la serenità ed il benessere degli operatori. È evidente il fatto, anche se non sempre è sufficientemente considerato, che un operatore stressato e messo in condizione di non poter lavorare bene non dà il massimo in ciò che fa. La stessa logica nella convinzione che l’impegno per il bene fa bene a chi lo fa deve animare chi progetta l’organizzazione pubblica a favorire educare e sostenere in ogni modo una mentalità di volontariato. Nulla potrebbe essere più deleterio che permettere la nascita e lo sviluppo di un pregiudizio in cui professionalità e volontariato siano percepiti come alternativi ed addirittura che lo sviluppo e la facilitazione dell’impegno volontario siano immaginati come una riduzione delle possibilità di lavoro professionale.

Di fatto è tale il bisogno, basta pensare al crescente numero di anziani, segnati da malattie più o meno invalidanti, per rendersi conto che non mancano certo spazi di impiego in questo ambito. La crisi economica che genera sfiducia e favorisce la conflittualità sociale non può essere un alibi per lasciarsi sopraffare da una tale cultura distruttiva.

La lotta a questa cultura distruttiva dei valori della collaborazione dell’accoglienza è stata ben sintetizzata da un’affermazione recente del filosofo e sociologo polacco di origini ebraiche Zygmunt Bauman.

«Nella sua prima Esortazione Apostolica (la Evangelii Gaudium del 2013) papa Francesco ha messo a fuoco la grande sottomissione, la nostra resa a un capitalismo licenzioso, sfrenato, cieco all’umana miseria. Non troverà risposta più profonda ed esaustiva a questa domanda. Il Pontefice ha richiamato quella cultura dello “scarto” che va oltre lo sfruttamento e bandisce intere popolazioni dai progressi del welfare e della tecnica, masse che non sono più semplicemente oppresse o marginalizzate, bensì rimosse dalla comunità, “fuori” dal corpo sociale. Questo non può essere accettato, a questo dobbiamo opporci»

Mi sia permesso sottolineare un ulteriore aspetto della cultura dello scarto che nel contesto del nostro discorso assume una notevole importanza. Non si tratta soltanto di ritrovarsi scartati nella ricezione degli aiuti e delle assistenze di cui si potrebbe avere bisogno, ma ancora più di ritrovarsi scartati nella elaborazione dei progetti e nella individuazione delle priorità e dei criteri di scelta. Di quel capitalismo licenzioso a cui fa riferimento il Papa è parte integrante il procedimento all’interno di una struttura democratica come sono quasi tutti gli Stati moderni in base al quale le decisioni operative si risolvono sempre più in una logica di crescente leaderismo all’interno di gruppi di sempre più piccoli. L’Italia viene da una cultura di partecipazione democratica alle decisioni che coinvolgeva altissime percentuali di votanti. L’impegno politico e sociale e la discussione per portare alla elaborazione e di individuazione delle scelte di indirizzo ha toccato nel passato numeri estremamente rilevanti della nostra popolazione. Una cultura della delega in bianco e del disimpegno è particolarmente pericolosa in questo ambito. Di una seria costruzione del welfare futuro fa parte anche elaborare un sistema di coinvolgimento nella elaborazione delle decisioni. Dove pochi che si auto-definiscono saggi ed illuminati decidono per tutti muore la democrazia ed entra in un territorio estremamente pericoloso la vita sociale con gravi rischi di crescita silenziosa e per questo ancora più pericolosa di quella cultura dello scarto verso la quale secondo le parole del Papa mi sento un convinto oppositore.

Per concludere, rifacendomi alla caratterizzazione preelettorale di questo tempo fuori da finzioni e strategie inviterei serenamente tutti ad impegnarsi perché cresca sempre più un logica dei percorsi e dei tempi lunghi, contro quella della politica che opera per spot e per mirabilanti promesse.

Per parte mia intendo in questo ambito il compito del vescovo come quello della sentinella chiamata a vigilare perché ciò che si è pubblicamente promesso venga poi ragionevolmente realizzato.    Grazie.