Lectio di Conclusione dell’Anno Pastorale 2018-19

27-05-2019

La frase che ha accompagnato in maniera sintetica il cammino di questo anno tratta dalla mia prima Lettera Pastorale (LGP) indicava nella celebrazione dell’eucarestia la sorgente della speranza cristiana. Celebrare l’eucarestia ci insegna a sperare, perché ci insegna a vedere Dio in azione nella nostra vita e questa è la sorgente della speranza presente, poi ci insegna a vedere il paradiso dove Dio ci attende e questo è il fondamento della speranza futura. Dicevo infatti:

“La celebrazione liturgica della Chiesa, prima di tutto e più di tutto, è vissuta per aprire il nostro sguardo sulla vita e sul futuro beato. Chi celebra la Liturgia educa lo sguardo contemplativo, che sa vedere Dio in azione nella nostra vita e contemplare le prospettive eterne che il nostro cammino sulla terra ci apre” (LGP)

Per capire e vivere meglio l’eucarestia come fonte di speranza vogliamo contemplarla stasera in un testo evangelico fondamentale: è il racconto della scena del calvario fatto da S. Luca. È un testo complesso e molto studiato, per dire qualcosa di buono mi rifaccio soprattutto agli scritti di un amico biblista che ne è un vero esperto: il vescovo di Brescia Pierantonio Tremolada.

Potremmo dire che in qualche modo il racconto del calvario secondo Luca segue un modello eucaristico: si svolge cioè secondo i momenti fondamentali della celebrazione eucaristica. Luca contempla Gesù che muore sul calvario e ce lo presenta come se stesse celebrando una messa, con tutti i momenti significativi di questa celebrazione. D’altra parte nella Messa noi celebriamo proprio la morte di Gesù per noi, annunciamo la Sua resurrezione nell’attesa della Sua venuta.

Guardiamo come sono evocati i momenti chiave:

Liturgia di inizio

L’offerta di perdono

33Quando giunsero sul luogo chiamato Cranio, vi crocifissero lui e i malfattori, uno a destra e l’altro a sinistra. 34Gesù diceva: «Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno». Poi dividendo le sue vesti, le tirarono a sorte.

 

Liturgia della Parola

La prima Parola della croce, Gesù è il re messia: l’AT si compie.

35Il popolo stava a vedere; i capi invece lo deridevano dicendo: «Ha salvato altri! Salvi se stesso, se è lui il Cristo di Dio, l’eletto». 36Anche i soldati lo deridevano, gli si accostavano per porgergli dell’aceto 37e dicevano: «Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso». 38Sopra di lui c’era anche una scritta: «Costui è il re dei Giudei».

 

La seconda Parola della croce, Gesù rivela la misericordia del Padre: l’annuncio del Vangelo.

39Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!». 40L’altro invece lo rimproverava dicendo: «Non hai alcun timore di Dio, tu che sei condannato alla stessa pena? 41Noi, giustamente, perché riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni; egli invece non ha fatto nulla di male». 42E disse: «Gesù, ricòrdati di me quando entrerai nel tuo regno». 43Gli rispose: «In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso».

 

Liturgia Eucaristica

Nel corpo di Cristo donato si apre una nuova alleanza con Dio, oltre il velo.

44Era già verso mezzogiorno e si fece buio su tutta la terra fino alle tre del pomeriggio, 45perché il sole si era eclissato. Il velo del tempio si squarciò a metà. 46Gesù, gridando a gran voce, disse: «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito». Detto questo, spirò.

 

Liturgia di Comunione

L’offerta di Cristo cambia i cuori umani

47Visto ciò che era accaduto, il centurione dava gloria a Dio dicendo: «Veramente quest’uomo era giusto». 48Così pure tutta la folla che era venuta a vedere questo spettacolo, ripensando a quanto era accaduto, se ne tornava battendosi il petto.

Dentro ogni passaggio di questo schema eucaristico possiamo notare una dinamica tipica del modo di raccontare di Luca: prima descrive qualcosa che Gesù fa, poi racconta la reazione da parte di coloro che vi assistono. Davanti alla “celebrazione del calvario” mentre Gesù celebra la “sua Messa” sull’altare della croce, Luca ci mostra come vari personaggi “celebrano” con Lui, sia bene che male. Ci insegna così quella “partecipazione viva e vera” con cui secondo il Concilio dobbiamo partecipare alla Messa, perché “diventi per noi cibo di vita eterna e bevanda di salvezza”.

Soprattutto due scene: gli oltraggi a Gesù e il buon ladrone, sono centrali nel racconto di Luca e mostrano il positivo ed il negativo della nostra partecipazione. Attorno a questo centro ruotano tanti personaggi in una costruzione concentrica: per cui il primo e l’ultimo si si richiamano, così il secondo ed il penultimo ecc.

Proviamo ora a considerare i vari personaggi che intervengono nel racconto e vedremo come possono essere dei modelli per noi sia positivi che negativi.

Il primo personaggio lo incontriamo al v. 26: si tratta di Simone di Cirene che «veniva dalla campagna e gli misero addosso la croce da portare dietro a Gesù». In greco c’è un perfetto – epéthēkan – che potremmo meglio tradurre “gli imposero la croce” da portare dietro a Gesù. Un’espressione tipica per definire il cristiano, che è colui che deve prendere ogni giorno la sua croce e seguire Gesù. Nel Cireneo, dunque, l’evangelista abbozza il modello esemplare del discepolo, che si lascia imporre la croce e la porta dietro a Gesù, insieme a lui. Non una croce qualsiasi, ma quella stessa di Gesù, il che significa anche che occorre portarla non in un modo qualsiasi, ma come Lui, con i suoi stessi atteggiamenti e sentimenti. Alla fine del racconto, al v. 52, in corrispondenza del Cireneo incontriamo un altro personaggio che si prende cura del corpo di Gesù: Giuseppe di Arimatea, che viene descritto con un’abbondanza di tratti positivi. È una persona buona e giusta, che non aveva aderito alla decisione e all’operato degli altri, e attendeva il regno di Dio. Al pari del Cireneo, anche Giuseppe è proposto da Luca come modello per noi suoi lettori, in quanto suggerisce il giusto atteggiamento con cui accostare l’evento della Croce, celebrare insieme con Gesù, prendersi cura del suo corpo, custodirlo come un tesoro prezioso. Mentre altri sul calvario scherniscono, bestemmiano, oppure si limitano a osservare da lontano, Giuseppe partecipa personalmente all’avvenimento, compiendo un gesto di compassione verso Gesù già morto. Accogliendo il corpo privo di vita, accoglie e fa propria la compassione stessa nella quale Gesù ha donato per noi la sua vita. Si giunge alla Messa portando la propria croce e si riparte portando con noi, nella nostra vita il corpo di Gesù, anzi “lasciandoci portare” da quel corpo che non è un cadavere, ma il corpo del Vivente. Questa è la cornice del nostro racconto, ricca di grande significato.

Torniamo ora all’inizio del racconto.

Dopo il Cireneo incontriamo nei vv. 27-31 le donne «che si battevano il petto e facevano lamenti su di Lui». Gesù intavola con loro un discorso abbastanza lungo (4 versetti) che si presenta sostanzialmente come un ammonimento e un invito alla conversione. Non si tratta di una minaccia, ma di una rivelazione, che deriva da una visione profetica egli eventi, accompagnata da un sincero e vivo dolore. Gesù insegna loro a leggere la storia come un giudizio di Dio su di noi: come viviamo gli eventi che accadono fa la differenza tra la salvezza e la perdizione. Possiamo essere tra coloro che portano il male nella storia, oppure coloro che lo piangono e cercano di vincerlo con il bene, con la compassione, patendo al fianco di Gesù e dei crocefissi della storia, come fanno le donne della via crucis.

Di queste donne si torna a parlare ancora e proprio alla fine del racconto, ai vv. 49 e 55, come a incorniciare l’episodio che vede protagonista Giuseppe di Arimatea. Assieme alle donne, Luca cita anche la gran folla, che in questo modo viene ricordata tanto all’inizio della scena, al v. 27, quanto alla fine, al v. 48. Giunti alla fine del racconto, anche le folle assumono quel gesto di battersi il petto che all’inizio aveva invece contrassegnato solamente l’atteggiamento delle donne. «Anche tutte le folle che erano accorse a questo spettacolo, ripensando a quanto era accaduto, se ne tornavano percuotendosi il petto» (v. 48). Il verbo “tornare” (hupostrépho in greco) è anch’esso un verbo tipico di Luca; lo usa quasi esclusivamente lui nel Nuovo Testamento. Il suo corrispettivo ebraico (shub) significa ritornare indietro, ma anche convertirsi. Questo “tornare” rivela una prospettiva teologica, un significato in relazione a Dio ed alla fede: dopo l’incontro con il mistero di Dio, si ritorna alla realtà di sempre, ma ora con il cuore trasformato, come qui viene attestato dall’atteggiamento stesso di battersi il petto. Le donne e la folla sono modelli di chi celebra bene, lasciandosi profondamente toccare e trasformare dal mistero dell’eucarestia. Così di domenica in domenica si torna alla vita quotidiana, ma trasformati, convertiti. Noi solitamente diamo sempre agli altri la colpa di tutto. Qui invece le donne e la gente si battono il petto, dicono “è anche colpa mia” acquisiscono un sguardo tutto nuovo sul mondo e la storia grazie alla loro compassione, al fatto che hanno vissuto il calvario “con” Gesù.

La scena della crocifissione propriamente detta inizia al v. 33, quando Gesù viene innalzato sulla Croce, per concludersi con la sua morte, al v. 46. È incorniciata da due elementi simili, vale a dire le due invocazioni di Gesù, in entrambe le quali ricorre il vocativo “Padre”, così caratteristico del modo di pregare di Gesù. Al. 34 abbiamo la prima invocazione: «Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno». Ad essa corrisponde al v. 46 l’ultima invocazione con cui Gesù muore: «Gesù, gridando a gran voce, disse: “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito”. Detto questo spirò». Dentro questa cornice in cui Gesù parla al Padre, Luca mostra come Gesù parla a noi. Gesù ci parla sia nelle parole dette al buon ladrone che nel silenzio davanti a chi lo insulta. Questo silenzio è sottolineato dalle parole del buon ladrone al cattivo ladrone ed a tutti quelli che insultano, “anche tu lo insulti?”.

Anche Luca, come gli altri due sinottici, suddivide gli oltraggi in tre brevi sezioni, poiché a schernire Gesù si succedono tre gruppi distinti di personaggi. Tuttavia in Luca i tre gruppi sono diversi rispetto agli altri due vangeli. In Mc e Mt i primi a oltraggiare Gesù sono i passanti. Il secondo gruppo è costituito dai sommi sacerdoti e dagli scribi (Mt aggiunge anche gli anziani); infine, il terzo gruppo è rappresentato dai due briganti crocifissi insieme a lui. In Luca invece i passanti non partecipano agli scherni. Al v. 35 l’evangelista precisa che «il popolo stava a vedere», come un testimone impotente dei fatti.

Così nel vangelo di Luca davanti alla offerta del corpo di Gesù come fonte di salvezza, vengono presentati tre possibili atteggiamenti: il rifiuto e l’insulto, il distacco di chi sta a vedere senza coinvolgersi nel bene o nel male, ed infine l’accoglienza piena di speranza, la vera com-passione. In realtà questi stessi tre atteggiamenti possiamo viverli anche davanti all’altare dove si celebra l’eucarestia. La messa possiamo rifiutarla, viverla con indifferenza o parteciparvi con tutto il cuore.

Nel vangelo di Luca l’insulto a Gesù pronunciato dai tre diversi soggetti: capi, soldati e malfattore è sempre il medesimo, l’insistenza cade sempre sulla sfida a “salvare sé stesso”. In più il malfattore dice: se tu salvi te stesso puoi salvare anche me. Qui si rivela una certa idea di salvezza, secondo la prospettiva del malfattore, non secondo il punto di vista di Gesù. Per Luca l’identità di Cristo consiste nel suo essere il “salvatore”, ma come può essere il salvatore se non riesce a salvare sé stesso dalla croce?

Per Luca se Gesù è salvatore, deve salvare sé stesso. Gesù su questo tema risponderà parlando col buon ladrone, rivelando la qualità paradossale della sua salvezza e dunque anche la sua identità di salvatore. Qui sta il cuore del mistero della salvezza e della speranza cristiana.

La prima caratteristica della salvezza di Gesù è nel suo stare tra gli uomini, nel camminare con loro, sia buoni che cattivi. Luca vede realizzarsi il versetto di Isaia che Gesù ha citato durante l’ultima cena applicandolo a sé e al destino che lo attendeva: «e fu annoverato tra iniqui» (Lc 22,37; Is 53,12d). Tutto questo ci aiuta a comprendere che tipo di salvezza è quella che Gesù attua sulla croce. Come Gesù ci salva. E perciò come accoglierla correttamente questa salvezza. Se poi il calvario si rinnova nella celebrazione della eucarestia: quale salvezza ci offre l’eucarestia? Come dobbiamo accoglierla? Per rispondere a questi interrogativi dobbiamo leggere di nuovo e con attenzione il dialogo con il buon ladrone.

Il buon ladrone si rivolge al suo compagno. La nuova versione della CEI traduce meglio: «Non hai neanche timore di Dio, tu che sei condannato alla stessa pena?». «Tu che non hai temuto gli uomini tanto da fare il male, potresti ora avere almeno timore di Dio». Cioè la sofferenza e la croce non gli stanno insegnando niente!  Anche il cosiddetto “buon ladrone” non ha avuto timore degli uomini, al punto da compiere azioni gravi che ora lo conducono a subire la condanna capitale della croce, ma in questo momento giunge ad avere il timore di Dio. Cioè riconosce la volontà di Dio in ciò che accade e la riconosce giusta. Almeno per loro due la storia si compie secondo giustizia. Ma al tempo stesso intuisce che Gesù muore innocente. In questo non vede però un fallimento della giustizia divina, ma avendo timore di Dio, cioè riconoscendone la grandezza, riconosce che nella morte di Gesù si compie un mistero di amore infinito ed a questo amore si affida.   Il suo timore di Dio, vale a dire il suo giusto modo di stare davanti a Dio, è fidarsi della giustizia divina, della guida divina della storia nel presente e nel futuro. Rimanendo davanti a Dio può riconoscere da una parte la propria colpevolezza e il proprio peccato e dall’altro lato può riconoscere l’innocenza e la giustizia di Gesù. Questi due aspetti vanno sempre insieme e non possono essere separati: contemplare la giustizia di Gesù illumina la nostra vita e ci porta a riconoscere il nostro peccato. D’altro lato, circolarmente, la consapevolezza del nostro peccato fa risaltare la giustizia di Gesù in cui si manifesta la giustizia stessa del Padre. Avere timore di Dio significa vivere insieme questi due atteggiamenti, consentendo all’uno di illuminare e rendere possibile l’altro. È questo il cuore che deve avere chi sta fruttuosamente davanti all’altare della croce. Chi vuol riceve la salvezza che Gesù ci dona gratis.

Riconoscere l’innocenza di Gesù dunque significa riconoscere anche la propria colpevolezza, il che apre la via a un pentimento che si esprime in un’invocazione molto breve e molto ricca, pur nella sua essenzialità: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno» (v. 42).

Questa è l’unica ricorrenza in tutto il Nuovo Testamento in cui leggiamo il nome di Gesù al vocativo, senza che venga aggiunto qualche altro titolo. Troviamo spesso “Gesù, figlio di Davide”, o “Gesù Signore”, o ancora “Gesù Cristo”, mai però “Gesù” da solo, se non in questo versetto di Luca. Nessun altro personaggio si rivolge a Gesù con la stessa familiarità di questo ladrone, accomunato a Lui dal subire insieme una pena terribile. Non è però soltanto la familiarità a far parlare il ladrone in questo modo. Gesù significa “Dio salva” e negli Atti degli Apostoli Luca afferma che questo è il solo nome in cui si può trovare salvezza (cfr. At 4,12). Allora notiamo subito una grande differenza tra questo personaggio e l’altro malfattore e tutti gli altri che sfidano Gesù a salvare sé stesso. Il buon ladrone, anziché oltraggiare, schernire, bestemmiare, invoca in Gesù la salvezza di Dio proprio mentre Gesù non sta salvando sé stesso, rimanendo insieme a lui crocifisso sul medesimo patibolo infame. In una parola potremmo dire che: se in Luca Gesù ci salva stando con noi, anche quando siamo peccatori, il Ladrone sceglie di stare con Gesù accogliendo come Lui la croce. Si mette al Suo fianco, accetta di camminare con Lui verso la morte nella fiducia di restare con Lui nel Regno. Questa è la fede di chi com-patisce con Gesù, questa è la fede che ci salva.

Per il buon ladrone sarebbe stato facile rivolgere l’invocazione: “ricordati” al Gesù profeta potente in parole e opere che attraversava la Galilea e la Giudea operando segni e guarigioni. Invece il buon ladrone è capace di rivolgere questo “ricordati” al Gesù umiliato, sconfitto, ridotto all’impotenza della Croce e di una morte ormai imminente. La fede che salva è quella che ci fa stare con Dio anche quando Dio sembra lontano, quando sembra sconfitto dalla vita, quando sembra impotente. Nell’eucarestia celebrando la morte di Gesù celebriamo questa fede.

Tanti altri personaggi del vangelo di Luca si sono accostati al maestro itinerante in Galilea con la fede di chi chiedeva una liberazione dal male. E Gesù li aveva accolti rispondendo “la tua fede ti ha salvato”. Ma ora questo ladrone rivolge la sua invocazione di fede a un Gesù che sembra impossibilitato a salvare persino sé stesso. Davvero grande è la fede di questo personaggio, è la fede più grande che incontriamo nel racconto di Luca e diventa modello a cui guardare per celebrare “il mistero della fede”.

Il cattivo ladrone vuole una salvezza secondo la sua logica: prima Gesù salva sé stesso dalla morte e poi dovrebbe salvare anche gli altri. Il buon ladrone domanda la salvezza obbedendo alla logica di Dio, una logica che non capisce perché vede morire un innocente, ma di cui si fida perché lui finalmente ora “teme Dio”.

Nel vangelo di Luca la pienezza della fede la troviamo così sulle labbra del “buon ladrone”, cioè di un peccatore. Non sarebbe neppure un “buon” ladrone a rigor di logica, perché ha sempre fatto il male fino a quel momento, in realtà non è un “buono”, ma è solo un peccatore pentito e ricco di fede.

Potremmo dire che la “strana” salvezza di Gesù non è per i “buoni”, sarebbe una salvezza meritata, che ci spetta. Gesù invece porta la salvezza per i peccatori pentiti e ricchi di fede, che non la meritano, ma la chiedono come dono dal profondo della loro verità, con perfetta umiltà. Il ladrone riconosce di aver meritato la morte, ma chiede a Gesù la salvezza, la vita nel Regno. Lui ha da offrire solo la sua fede piena di speranza nella misericordia di un Dio più grande di lui ed anche del suo peccato, tanto da morire innocente per amore nostro, per non lasciarci soli sulla croce.

Gesù aveva detto a Zaccheo «Il Figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto» (19,10). Ci ha cercati non solo fino a entrare nella casa di un pubblicano, ma fino a salire con noi, Lui l’unico giusto, sulla croce del nostro ostinato peccato. Gesù perciò non salva sé stesso, proprio perché è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto, e lo ha fatto fino al punto di perdere sé stesso, fino a non salvare sé stesso dalla croce e dalla morte.

Che tipo di salvezza allora è quella che si manifesta in un giusto crocifisso? Egli, condividendo il destino dei peccatori, prende su di sé il loro peccato e dona loro la sua giustizia, quale espressione della misericordia di Dio e della sua compassione per i peccatori. La salvezza consiste nel riconoscere questa misericordia che ci giustifica raggiungendoci nel nostro peccato e facendosi solidale con il nostro destino di peccatori. La fede del ladrone, che per Luca rappresenta la figura esemplare della fede di ogni discepolo, riconosce la salvezza di Dio proprio nella misericordia con cui Gesù accetta liberamente di morire come lui e insieme a lui per non lasciarlo solo nella morte.

Questo è il mistero della fede che celebriamo nella Messa. Per questo dalla partecipazione piena alla celebrazione della Messa sgorga una speranza invincibile, perché non si tratta di una salvezza offerta ai buoni, a chi se la merita, ma offerta a tutti noi peccatori malamente pentiti e malamente credenti. Anche il “buon” ladrone è malamente pentito e malamente credente, come ci rivela la risposta che gli dà Gesù.

Al v. 43 infatti Gesù accoglie la preghiera del ladrone, ma nello stesso tempo la corregge. Possiamo individuare due correzioni nelle parole di Gesù. La prima: il ladrone aveva usato un futuro: «ricordati di me quando verrai nel tuo regno». Egli crede nella salvezza che Gesù può donargli, tuttavia la proietta in un futuro imprecisato, in un “quando” di cui non può conoscere le esatte coordinate cronologiche. Gesù rispondendo corregge e precisa: «Oggi sarai con me in paradiso». La speranza cristiana non è vaga e lontana: oggi si compie ed in ogni nostro oggi.

L’oggi della salvezza non è per un futuro prossimo o lontano che sia; coincide con il presente della croce. Gesù non salva dalla sofferenza e dalla morte, o dopo la sofferenza e la morte, come pretendevano le parole di chi lo insultava e lo derideva, ma salva attraverso la sofferenza e la croce. Dio ci salva nella debolezza e nell’impotenza della croce. Soprattutto, Gesù desidera salvare gli altri non salvando prima sé stesso, come indicava il cattivo ladrone, ma stando con noi sulla croce e prendendo su di sé la condanna. Il Regno di Dio è questo: l’incontro vivificante con un amore che ci dona la pienezza della vita, Dio regna su di noi e ci dona la sua stessa vita mentre siamo sulla croce giustamente costruita dai nostri peccati.

Nelle parole di Gesù c’è poi una seconda correzione. Il buon ladrone si era affidato a Gesù con l’imperativo “ricordati”. Aveva cioè domandato che la sua vita nella morte fosse comunque custodita dal ricordo di Gesù. Anche qui Gesù corregge la prospettiva, non assicura solo il suo ricordo, promette molto di più: oggi sarai con me. Promette cioè una comunione di vita infrangibile. Questa infatti è la salvezza: essere con Gesù. In comunione di vita con lui. Questa è l’unica cosa che conta e questo celebriamo nell’eucarestia. Gesù viene in noi, ci comunica la sua vita e resta con noi.

Il Gesù salvatore non salva sé stesso e non salva noi “dalla” morte, ma rimane con noi anche “nella” morte. In questo modo realizza quella comunione di vita, di giustizia, di santità, che è più forte del nostro peccato e della morte stessa.

Possiamo precisare meglio. Le parole che Gesù rivolge al buon ladrone sono incorniciate dalle altre due invocazioni che rivolge al Padre. Collocando il dialogo con il buon ladrone al centro delle due parole che Gesù rivolge al Padre, Luca sembra suggerire l’idea che ciò che Gesù promette al buon ladrone trova la sua condizione di possibilità e di verità proprio nella duplice invocazione indirizzata al Padre: «Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno» (v. 34); «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito» (v. 46). Nella prima invocazione Gesù offre la sua comunione agli uomini, a partire da coloro che lo hanno condannato alla Croce scomunicandolo dalla comunità degli uomini. A loro la comunione viene offerta nella forma del perdono, che è la forma più alta di comunione. Nella seconda invocazione Gesù riafferma la propria comunione con il Padre, nelle cui mani affida la sua vita. È una invocazione che egli pronuncia con “voce grande”, con la voce alta tipica di chi deve superare una distanza, dovendo rivolgersi a qualcuno che avverte distante. Anche se Luca omette il grido tipico del Gesù morente riportato sia da Matteo sia da Marco – Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato – comunque anche nel suo vangelo questa “alta voce” suggerisce l’idea che in questo momento Gesù percepisce tutta la propria lontananza dal Padre. Nonostante questa distanza, continua a chiamarlo Padre, rimane dunque figlio e riafferma la propria comunione con lui: “nelle tue mani consegno la mia vita”. Anziché morire nella solitudine e nella separazione, Gesù muore riaffermando la propria volontà di comunione, sia verso gli uomini, nell’offerta del perdono, sia verso Dio, nella forma dell’affidamento. In questo modo capovolge il significato della Croce, della morte, del peccato stesso: se tutto questo significa separazione, rottura dell’alleanza, interruzione della comunione, Gesù lo vive al contrario come luogo della comunione nella forma più ampia e tenace che sia possibile. Si attua così la Nuova Alleanza. Nulla ormai può rimanere escluso da questa radicale offerta di comunione che Gesù realizza nell’offerta di sé stesso. Il peccato e la morte sono definitivamente vinti.

C’è un particolare molto significativo della visione di Luca, che leggiamo in conclusione del racconto della passione, in un versetto che può passare inosservato, ma che a me sembra tra i più belli, quasi un sigillo che l’evangelista appone al racconto della croce. Dopo che il corpo privo di vita, privo di luce, di Gesù è stato deposto nell’oscurità del sepolcro e nelle tenebre della morte, Luca annota: «già splendevano le luci del sabato» o meglio “già il sabato stava risplendendo” (23,54). Nel momento in cui la luce pare soffocata per sempre nella morte, essa risplende. Quando pare definitivamente contraddetta, torna a manifestarsi, primizia di quella luce di salvezza che nella risurrezione illuminerà tutte le genti.

 

BIBLIOGRAFIA

PIERANTONIO TREMOLADA, “E fu annoverato fra iniqui”. Prospettive di lettura della Passione secondo Luca alla luce di Lc 22,37 (Is 53,12d), Editrice Pontificio Istituto Biblico, Roma, 1997.