Meditazione Giubileo regionale dei preti

Ravviva il dono di Dio che è in te
11-02-2016

Giubileo regionale del clero

2Tim 1,1-9

Paolo, apostolo di Cristo Gesù per volontà di Dio e secondo la promessa della vita che è in Cristo Gesù, 2a Timòteo, figlio carissimo: grazia, misericordia e pace da parte di Dio Padre e di Cristo Gesù Signore nostro. 3Rendo grazie a Dio che io servo, come i miei antenati, con coscienza pura, ricordandomi di te nelle mie preghiere sempre, notte e giorno. 4Mi tornano alla mente le tue lacrime e sento la nostalgia di rivederti per essere pieno di gioia. 5Mi ricordo infatti della tua schietta fede, che ebbero anche tua nonna Lòide e tua madre Eunìce, e che ora, ne sono certo, è anche in te.6Per questo motivo ti ricordo di ravvivare il dono di Dio, che è in te mediante l’imposizione delle mie mani. 7Dio infatti non ci ha dato uno spirito di timidezza, ma di forza, di carità e di prudenza. 8Non vergognarti dunque di dare testimonianza al Signore nostro, né di me, che sono in carcere per lui; ma, con la forza di Dio, soffri con me per il Vangelo. 9Egli infatti ci ha salvati e ci ha chiamati con una vocazione santa, non già in base alle nostre opere, ma secondo il suo progetto e la sua grazia.

 

Per la riflessione che vi propongo mi ha ispirato un brano di una conferenza a dei religiosi fatta nel 2010 da un biblista Monaco di Bose: Luciano Manicardi.  Mi servo della sua riflessione con molta libertà, come anche di altri testi di commento a questo brano di Paolo. Non devo fare un lavoro scientifico con voi, ma una breve meditazione che ci aiuti a fare, come dicevano i vecchi padri spirituali, “UNA BUONA CONFESSIONE”.

Ma come fare una buona confessione? Prima di tutto prendendo sul serio il fatto che lo sguardo sul peccato, per chiedere davvero perdono, non deve solo volgersi al passato, ma deve anche protendersi verso il futuro.

Guardo il mio peccato per sentire e capire dove sta la mia fragilità, il male che deve essere curato. Poi invoco lo Spirito del Signore, perché la grazia del sacramento inizi questa guarigione e soprattutto mi metto nelle condizioni per cui la promessa di non farlo più possa avere un qualche ragionevole successo. Una corretta visione dei sacramenti della Chiesa non deve ridurli ad un evento puntuale che accade e si conclude in pochi minuti, ma comprenderli correttamente come un dono di grazia che si deve sviluppare nel tempo. Tanto più se il dono è il perdono che restaura la nostra comunione con Dio: una realtà da non tenere nel cassetto, ma da vivere ed amplificare nella preghiera.

Su questo ultimo tema: come operare perché la grazia del sacramento continui nel futuro a tenermi lontano dal male, accrescendo la mia comunione con Dio, ci può essere di aiuto la meditazione del nostro testo: l’incipit della Prima lettera di S. Paolo a Timoteo che abbiamo ascoltato in questa liturgia penitenziale.

Al centro di questo brano c’è una preziosa esortazione che ogni presbitero che si accosta alla confessione dovrebbe fare propria: “ravviva il dono di Dio che è in te per l’imposizione delle mie mani“. Per mettere al sicuro e fra fruttificare la grazia ricevuta nel sacramento, questa frase ha un duplice valore.

Come ogni penitente il perdono è un dono che abbiamo ricevuto da Dio e non è solo volto al passato, ma è anche una grazia di rinnovata comunione con Dio che ci sostiene nel combattimento spirituale futuro. Poi se il peccato è la rottura della comunione con Dio, la vita di grazia restaurata dalla confessione, al contrario, è un ritorno alla pienezza della comunione. Questa si rafforza quanto più tale comunione si approfondisce con la preghiera. Il perdono che ci viene donato e che restaura la nostra comunione con Dio in Cristo, va perciò custodito come un dono prezioso, con la pratica fedele ed intensa dell’orazione quotidiana. Quel cuore e cuore con Gesù Signore, che è il primo e fondamentale segreto di ogni bene spirituale.

Accanto a ciò anche la consacrazione sacerdotale, ricevuta nella ordinazione, è evocata della espressione paolina: “ravviva il dono di Dio che è in te per l’imposizione delle mani” che ti hanno consacrato e si concretizza in un rafforzamento sacramentale dalla nostra appartenenza a Cristo, a cui l’Ordinazione ci ha indissolubilmente legati. Quando ci alziamo del confessionale, dove ci eravamo inginocchiato come penitenti, è come se vivessimo l’esperienza post-pasquale di Pietro.

Lungo le sponde dal lago di Genesaret Pietro si sente ripetere: “mi ami?”. Gesù non solo ci perdona di averlo rinnegato con il peccato, ma ci chiama di nuovo alla sua sequela e ci rinnova nella missione di pascere le sue pecorelle. E’ come se ci donasse di nuovo quel cuore puro, che aveva ricevuto con gioia ed innocenza il dono del sacerdozio nel giorno della ordinazione, e ci rilanciasse di nuovo ad avere somma cura di questo dono spirituale, operando con rinnovato ardore per il bene di tutta la Chiesa.

 

Su questo duplice sfondo rileggiamo con attenzione alcuni passaggi di questo breve testo di Paolo, che mi sembra molto suggestivo per noi perché nell’Apostolo ci presenta un presbitero vicino alla fine del suo ministero, come alcuni di voi, in Timoteo invece un giovane che ricorda ancora bene il giorno della sua consacrazione, come altri presbiteri più giovani qui presenti.

Paolo giunto quasi alla conclusione della sua vita in 2Tim 4,7 dice: “Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede“.

Ho conservato la fede” non è affatto scontato, anzi, spesso, avendo a che fare in prima persona con le cose di Dio, rischiamo di trattarle come delle semplici “cose”, non più come un mistero in cui entrare sempre nuovamente. Così la troppa familiarità con le cose di Dio ci può portare addirittura a mettere a rischio la fede. Paolo invece è orgoglioso e contento della sua missione e tutto compreso della grazia di portarla a compimento. Dice nel nostro brano: 3Rendo grazie a Dio che io servo, come i miei antenati, con coscienza pura, ricordandomi di te nelle mie preghiere sempre, notte e giorno. Anche noi possiamo dirlo? E’ un primo tema di esame di coscienza: mi sto abituando ad avere a che fare con Dio e con le cose di Dio e quindi banalizzo ciò che faccio, e ciò che sono fin quasi a mettere in pericolo la mia fede? Quanto nutro questo atteggiamento con una preghiera incessante (notte e giorno), sincera e personale (le mie preghiere)?

Posso dire, come Paolo, che se guardo al tempo trascorso: “so di aver servito il Signore, di aver cercato di farmi servo di tutti, nelle comunità in cui sono stato?

È bello, quando la vita ci chiede di fare dei bilanci, come oggi e di poter dire: “avrò sbagliato, avrò fatto errori, avrò peccato, sarò caduto, ma la mia volontà è stata sempre quella di servire e posso dire in coscienza davanti a Dio e davanti a voi, che è stata sempre quella di servire il Signore e di servire i fratelli”.

Paolo che è alla fine della vita e della sua missione, nel nostro testo fa emergere i rapporti buoni avuti con Timoteo e con altre persone e scrive: 4Mi tornano alla mente le tue lacrime e sento la nostalgia di rivederti per essere pieno di gioia. Paolo accoglie il bene ricevuto e donato con profonda gratitudine e da uomo sereno e positivo non ha paura di dirsi: Chi amo? Chi mi ama?  Si tratta di due domande così semplici eppure così decisive. Anche queste sono due domande da esame di coscienza. Se infatti non amo nessuno, in maniera serena e pulita, se non mi sento amato da nessuno, forse nel mio cuore non abita lo Spirito di Dio, che è Spirito di amore. Sono uno zitello inacidito e brontolone? Da quanto tempo non dico grazie a Dio e agli altri del bene che ricevo e delle occasioni in cui io posso donare del bene ad altri?

Paolo continua: 5Mi ricordo infatti della tua schietta fede, che ebbero anche tua nonna Lòide e tua madre Eunìce, e che ora, ne sono certo, è anche in te. Paolo stima la schiettezza, la trasparenza, il valore della semplicità, della non ipocrisia. Certo le stimiamo anche noi e le desideriamo presenti negli altri, ma le viviamo anche noi queste virtù della fede e della umanità? Inoltre nessuno nasce da solo, nè nella vita fisica né in quella spirituale. Quanto siamo grati a quanti ci hanno generato nella fede? Quanto ci sforziamo di far onore alla famiglia di cui facciamo parte? Si apre per noi presbiteri a questo punto un discorso spinoso: qual’è la nostra famiglia? Certo c’è la famiglia naturale dalla quale proveniamo, ma quando siamo stati ordinati siamo stati inseriti in un “ordo”.

Nella cultura latina con “ordo” si indica far parte di un gruppo ordinato, di una schiera che combatte assieme. L’ordinazione ci ha inserito nella famiglia del presbiterio diocesano, che ci piaccia o meno è la nostra famiglia nella fede. Ed ecco la domanda che diventa esigente, davvero da esame di coscienza: amiamo la famiglia presbiterale di cui facciamo parte? Quanto ci sforziamo di farle onore?

E in tutta sincerità, possiamo dire che abbiamo a cuore di ravvivare ogni giorno il dono di Dio che è in noi? La passione per il Signore: questa è decisiva per un prete.

Può essere vissuta con toni diversi; un conto è a 20 anni, un conto a 50, un altro conto a 80, ma la passione per il Signore, il fuoco che arde nel cuore, quello sì che è decisivo. Questo è il dono dello Spirito, è il dono che abita in noi. La routine del quotidiano, gli impegni della vita ci possono allontanare dal fondamento della vita, dal motivo profondo che è uno solo: seguire Cristo, amare Lui, stare con Lui, vivere con Lui.

Questa passione sgorga dallo Spirito che è in noi e che si rivela, si mostra nei fatti. 7Dio infatti non ci ha dato uno spirito di timidezza, ma di forza, di carità e di prudenza. Nella nostra vita si vede l’azione dello Spirito? Traspare una fortezza nell’impegno, un amore generoso, una prudenza che è pazienza e saggezza, che non sono nostre, ma rivelano l’azione dello Spirito in noi? Oppure traspare l’azione dello spirito del male, che è: debolezza e pigrizia, egoismo ed avarizia, collera ed impazienza?

La virtù cristiana della fortezza non è prepotenza arrogante, ma nasce dalla coscienza della propria vulnerabilità, tanto che questa forza si oppone alla timidezza che non è un dato di carattere, ma è essere dominati dalla paura, dalla codardia.

Può avvenire che noi ci lasciamo vincere dalle nostre debolezze e diamo talmente forza ad esse che queste si manifestano più forti di noi; allora non abbiamo più voglia di lottare e arriviamo a credere che non sia più possibile ricominciare. Solo la fede nell’azione dello Spirito in noi ci aiuta a non arrenderci, è soprattutto questa la sapienza di cui parla Paolo.

La capacità di sapienza è anche quella di avere un equilibrio e una certa consistenza interiore, non essere più sballottati a destra e a sinistra, essere una personalità integrata.

Al centro di tutto, al cuore di tutto, c’è la carità. Si tratta di crescere nell’amore. Cos’è essenziale nella nostra vita? Cosa ci fa vivere? Che cosa è al di là di mille desideri? Credo che queste siano domande importanti da porsi per vedere con verità chi siamo e da cosa dobbiamo essere salvati.

Un ultimo elemento che emerge da questo testo e che forse è importante far rilevare si trova al versetto 8 quando Paolo dice: 8Non vergognarti dunque di dare testimonianza al Signore nostro, né di me, che sono in carcere per lui; ma, con la forza di Dio, soffri con me per il Vangelo. Paolo, sta dicendo: non solo accogli la sofferenza che ti può venire durante il ministero, ma il ministero è anche in sé sofferenza, non si può pensarlo diversamente. Non si può pensare che la vita di un sacerdote, la vita nella comunità del presbiterio e nella comunità parrocchiale e diocesana non sia anche attraversata dalla sofferenza, che fa parte del cammino di sequela di Cristo.

Ed allora c’è la domanda più difficile di questo esame di coscienza: cosa faccio davanti alla croce? La sfuggo? Mi ribello contro Dio che la permette e contro coloro che mi crocifiggono? O nell’umiltà di chi sa di fallire ogni giorno in questo, ho almeno il desiderio sincero ed intenso, di portare la mia croce dietro a quella di Gesù, per la salvezza del mondo?