Omelia di Pasqua

05-04-2026

Nel Vangelo di Pasqua che abbiamo appena ascoltato troviamo una frase che fa riflettere: “Entrò nel sepolcro di Gesù anche l’altro discepolo, quello che Gesù amava, vide e credette”

E la domanda nasce spontanea: cosa ha visto davvero? Una tomba vuota. Delle bende per terra. Niente di più. Eppure, proprio lì, dove sembra mancare tutto, nasce la fede.

Anche Pietro era entrato nel sepolcro. Anche lui vide le stesse cose. Ma il Vangelo non dice che credette. Almeno non subito. Pietro ha avuto bisogno di una apparizione del Risorto per credere. Il “discepolo amato” invece, crede, vedendo solo pochi segni. Perché? Giovanni non ha visto più di Pietro, con gli occhi. Ma ha visto di più con il cuore.

Quella tomba vuota, da sola, poteva significare tante cose: un furto, una confusione, un mistero irrisolto. Ma per lui diventa un segno efficace. Perché? Perché è il discepolo che ha amato di più, che è rimasto sotto la croce, che ha custodito le parole di Gesù dentro di sé. E per questo si è anche sentito più amato, più compreso da Gesù, meglio condotto da Lui sulla via della fede.

Perché chi ama, riconosce. Chi ama, intuisce. E perciò è sempre chi ama, che vede oltre.

Come commentano san Giovanni Crisostomo e sant’Agostino: Le bende per terra per Giovanni non sono più solo un dettaglio. Se vai a rubare un cadavere, già ben rivestito con teli e bende, perché mai dovresti spacchettarlo a rischio di lasciare tracce ovunque? Così le bende diventano una traccia: non è successo qualcosa di caotico, non è una fuga, non è una profanazione. C’è ordine. C’è un passaggio. C’è una presenza che non è più trattenuta dalla morte.

E allora quel discepolo collega i segni con le parole ascoltate e ricordate con amore, anche senza capire tutto subito: “Il terzo giorno risorgerò.” E così crede.

Fratelli, anche noi spesso siamo davanti a “tombe vuote”: momenti in cui Dio sembra assente, in cui non capiamo, in cui vediamo solo segni fragili, ambigui, incompleti. La Pasqua ci dice: non aspettare di avere tutto chiaro per credere. Impara a leggere i segni che Dio ti dona con gli occhi dell’amore.

La fede, infatti, non nasce mai da prove schiaccianti, ma da un cuore che ha imparato a fidarsi. Chi cerca prove che cancellino la fatica di fidarsi non ne troverà ami abbastanza.

Il discepolo poi non è colui che ama per primo, ma colui che si è sentito amato, ha creduto all’amore che Gesù gli offriva, lo ha accettato con semplicità ed umiltà, si è lasciato amare ed ha risposto all’amore. Non era più intelligente degli altri. Era più coinvolto. Ha lasciato che l’amore di Cristo lo trasformasse. E per questo, davanti a pochi segni, riesce a fare un salto fondamentale: dal vedere al credere.

E allora la domanda per noi, oggi, non è: “Abbiamo abbastanza prove?”

Ma: “Amiamo abbastanza da riconoscere i segni di Dio? O prima ancora, ci fidiamo dell’amore che Dio vuol donarci?” Perché la Risurrezione, come la presenza di Dio nella nostra vita, non si impone. Si lascia intravedere da piccoli segni che sostengono la speranza. E solo chi ama davvero… vede.

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