Omelia per l’Ammissione dei diaconi permanenti

10-05-2026

Fratelli e sorelle,

in questa celebrazione domenicale ammetteremo ufficialmente due fratelli al cammino più immediato in vista di diventare diaconi permanenti.

Nel vangelo Gesù ha detto: “Se mi amate osservate i miei comandamenti”, cioè ciò che vi chiedo. Ora a Francesco e Massimo, per la valutazione delle loro comunità ed il discernimento del Vescovo, Dio sembra da tempo chiedere di dedicarsi a vivere la fede in modo più intenso e generoso, nella via del diaconato permanente.

Sono due fratelli molto diversi, ambedue lavoratori, ma uno con una bella famiglia e l’altro consacrato tra i Figli del Sacro Cuore di Gesù. Quindi anche il loro modo di vivere il diaconato sarà diverso, perché Dio non fa produzione in serie, neppure nei sacramenti, ma fa sempre pezzi unici.

Per questo vorrei fermarmi con voi a riflettere sul significato del diaconato permanente, quando è vissuto dentro una famiglia, da uomini sposati e padri, o dentro una comunità di consacrati, comunque da lavoratori, da persone immerse nella vita concreta della gente.

È una vocazione che la Chiesa ha riscoperto lentamente, soprattutto dopo il Concilio Vaticano II, e che ancora oggi chiede di essere compresa fino in fondo.

Per molto tempo si è guardato al diaconato con uno sguardo incompleto. All’inizio si è guardato ai soli diaconi esistenti da secoli, i seminaristi dell’ultimo anno. Cioè si pensava soprattutto ai diaconi “di passaggio”: seminaristi ormai vicini al sacerdozio.

Così il diacono veniva percepito quasi come uno che non è più laico, vorrebbe essere prete, ma ancora non può fare tutto. Una specie di gradino intermedio. E questo modo di vedere non ha aiutato la Chiesa a capire davvero il senso profondo del diaconato.

Ma pian piano la Chiesa ha ricominciato a guardare alla tradizione antica, ai primi secoli cristiani. E lì ha scoperto qualcosa di molto diverso. I diaconi permanenti non erano giovani in cammino verso il presbiterato. Erano uomini maturi, già inseriti nella vita della comunità, spesso sposati, stimati per la loro fede, per il loro equilibrio, per la loro capacità di servire.

Non si candidavano seguendo un loro desiderio o per “fare carriera” nella Chiesa. Era piuttosto la comunità che li riconosceva e li chiamava. Perché? Perché c’era un bisogno concreto.

C’era da prendersi cura dei poveri.

C’era da custodire la comunione fraterna.

C’erano da accompagnare famiglie ferite.

C’erano da evangelizzare ambienti lontani.

C’era da educare alla fede.

C’erano da costruire ponti tra il Vangelo e la vita reale.

E allora la comunità diceva: “Abbiamo bisogno di uomini seri, credenti, disponibili, capaci di servire. Abbiamo bisogno di qualcuno che ci aiuti a vivere questo aspetto del Vangelo”.

Nasce così il diaconato.

Pensiamo agli Atti degli Apostoli: quando nella comunità nasce un problema concreto — le vedove trascurate — gli apostoli non fanno finta di niente, né cercano di controllare tutto da soli. Chiamano uomini “pieni di Spirito Santo e di sapienza” e affidano loro un ministero di servizio. La Chiesa capisce che il Vangelo deve entrare nei problemi concreti della vita.

Ecco allora il cuore del diaconato.

Il diacono non guarda al prete per imitarlo.

Non vive per “fare il piccolo sacerdote”.

Non misura il proprio valore da ciò che gli manca rispetto al presbitero.

Il diacono guarda al Vangelo e guarda alla comunità concreta.

Guarda alle ferite concrete delle persone.

E cerca, insieme ai sacerdoti e a tutta la comunità, vie vere ed efficaci di servizio, di carità, di evangelizzazione e di comunione.

Per questo il diacono sposato ha qualcosa di prezioso da offrire. Vive dentro le fatiche quotidiane: il lavoro, i figli, le preoccupazioni economiche, le relazioni familiari. Conosce dall’interno la vita della gente. E proprio lì può diventare segno del Cristo servo.

Per questo il diacono consacrato in una comunità ha qualcosa di prezioso da offrire prima di tutto ai fratelli di questa comunità e con loro alla chiesa ed al mondo. E proprio lì può diventare segno del Cristo servo.

Perché il centro del diaconato non è il potere, ma il servizio.

Non è il prestigio, ma la disponibilità.

Non è salire, ma chinarsi.

Gesù stesso lo ha detto: “Io sto in mezzo a voi come colui che serve”.

Il diacono ricorda alla Chiesa intera che tutti dobbiamo servire. Ricorda anche ai preti che il ministero non è dominio, ma dono. E ricorda ai laici che il Vangelo non si vive lontano dal mondo, ma dentro la vita concreta.

Una comunità che comprende bene il diaconato diventa una Chiesa più attenta alle persone reali, ed alla presenza di Dio tra noi, meno preoccupata delle apparenze e più capace di ascoltare i bisogni profondi della gente e di dare un ascolto esistenziale e profondo alla Parola di Dio.

E allora preghiamo perché i diaconi permanenti siano sempre uomini del Vangelo e del servizio, uomini capaci di leggere i segni dei tempi, uomini che non cercano un ruolo, ma una missione.

E preghiamo anche perché le nostre comunità sappiano riconoscere, chiamare e sostenere uomini maturi nella fede, che possano aiutare la Chiesa ad essere sempre più vicina ai poveri, alle famiglie, ai giovani, agli anziani, a chi è lontano e a chi cerca speranza.

Perché il mondo non ha bisogno di cristiani che imitano dei ruoli.

Ha bisogno di uomini e donne che rendano visibile il volto servitore di Cristo.

condividi su