Omelia Santa Messa Crismale

13-04-2017

«Lo Spirito del Signore è su di me» (Is 61)

Al centro della celebrazione della messa Crismale c’è una Parola che risuona: “Lo Spirito del Signore mi ha consacrato con l’unzione”.

E’ una Parola che era risuonata una prima volta, sulle labbra di un profeta anonimo che si rifaceva al grande Isaia e viveva nella Gerusalemme dell’immediato post esilio, in una città che aveva ancora il suo tempio in macerie e dove la ricostruzione tardava a ripartire. Poi la stessa Parola risuonò sulle labbra di Gesù nella sinagoga di Nazareth, all’inizio dell’annuncio del Vangelo. Infine oggi, per le labbra del diacono, questa Parola di Dio sempre viva risuona nel nostro oggi e per noi.

Questi tre momenti significativi ci parlano.

Il profeta, che gli esegeti chiamano terzo Isaia, doveva lottare contro tante difficoltà materiali, ma soprattutto contro lo scoraggiamento di un popolo per le fatiche di una lunga ricostruzione materiale e spirituale. Questo profeta ci è vicino anche perché era un sacerdote del tempio, “consacrato con l’unzione”. Alcuni studiosi collegano questo testo con il sommo sacerdote Ioiachim, consacrato nell’anno sabbatico 510 aC. Più di 2500 anni fa un uomo di Dio ha riconosciuto la sua vocazione segnata da questi basilari elementi che anche oggi ci possono illuminare: all’indomani di un anno giubilare, essere un sacerdote consacrato a Dio, mandato per una missione profetica di consolazione e sostegno, ad un popolo che deve ricostruire una città, ma soprattutto deve ricostruire le speranza nei cuori dei suoi abitanti.

Il profeta trova forza nel ricordo della sua consacrazione sacerdotale. L’olio dell’unzione lo ha segnato nel corpo e nell’anima, facendogli sperimentare fisicamente la sua appartenenza a Dio. E’ questo essere “tutto del Signore” che dà forza alla sua speranza, da questa appartenenza trae la forza per il suo annuncio. Il suo poema infatti mostra con chiarezza che il contenuto della sua predicazione si radica e trae forza dalla sua identità di consacrato a Dio. Lo dice legando insieme due azioni che l’unico Spirito ha compiuto su di Lui: mi ha unto – mi ha mandato. Tutta l’attenzione è poi incentrata sulla missione del profeta, che viene descritta con una successione lineare di sette infiniti, i quali nell’originale ebraico hanno la stessa forma grammaticale, tale da richiamare un insieme completo e organico:

a portare una buona notizia ai poveri,

a fasciare i contriti di cuore,

a proclamare la libertà ai detenuti …

a proclamare l’anno gradito al Signore, …

a consolare tutti gli afflitti,

a rallegrare gli afflitti di Sion,

a dare loro …

 

 

Il settimo elemento, vertice dell’elenco, viene ampliato con un nuovo elenco dalla struttura ternaria che annuncia un profondo cambiamento, contrapponendo tre realtà negative ad altre tre realtà positive:

corona invece di cenere,

olio di letizia invece di lutto,

abito di lode invece di spirito abbattuto.

La corona, l’olio e l’abito fanno chiaro riferimento alla sua consacrazione sacerdotale. Da lì egli trae la forza che gli permette di essere uomo di speranza in un momento di prova, annunciatore di un futuro luminoso quando tanti sono scoraggiati e non trovano la voglia di rimettersi ad edificare la città.

Come lui ha sperimentato che la consacrazione sacerdotale lo ha cambiato nell’intimo, ha reso radicale e profonda la sua appartenenza a Dio, lo ha confermato nella certezza di godere di un amore preferenziale da parte del Signore, così anche il popolo potrà sperimentare tutto questo grazie al suo annuncio. In definitiva questo profeta si sente chiamato ad annunciare al popolo quella misericordia e quell’amore di predilezione che lui ha sperimentato nella sua ordinazione e di cui conserva un ricordo indelebile e pieno di gratitudine.

Cari confratelli nel sacerdozio, questo profeta lontano ci traccia una strada. Ricordiamo, non solo oggi, il giorno della nostra ordinazione sacerdotale, da questo memoriale traiamo forza, per rinnovare la nostra appartenenza a Dio in favore del suo popolo, per rafforzate la fede in Colui che è ricco di misericordia e fa grandi cose innalzando gli umili. Solo così potremo essere animatori della fede e della speranza dei nostri fratelli.

Questa parola profetica è poi risuonata sulle labbra del Signore Gesù nella sinagoga di Nazareth. La citazione è letterale, le parole risuonano identiche, ma la voce di Gesù si ferma prima di leggere: “mi ha mandato a proclamare il giorno di vendetta del nostro Dio”. Non è una omissione irrilevante. L’annuncio di cui siamo portatori è quello di un Dio “ricco di misericordia e grande nell’amore”. Se Israele per comprendere l’intensità dell’amore preferenziale di Dio per loro ha avuto bisogno di sentir parlare di un Dio “che odia i miei nemici e farà vendetta dei miei persecutori”, la differenza del vangelo, quel compimento della rivelazione divina che Gesù è venuto a portare e che rende le sue parole più piene di ogni rivelazione sia precedente che seguente, è tutta nel cancellare dal vocabolario e dal cuore la parola: nemico. Come Gesù siamo consacrati e mandati per annunciare la misericordia, non la condanna, siamo costituiti nel sacerdozio per consolare e sanare più che per giudicare.

Questa è la nostra identità e la nostra missione: “Sacerdoti di Dio sarete detti” (Is 61,6).

Concludo con una puntualizzazione, che non vuol essere polemica, ma chiara. Soprattutto nei mass-media ho l’impressione che l’impegno di Papa Francesco contro il clericalismo sia inteso male. Il papa non vuole cancellare nè l’idea nè la coscienza che la consacrazione sacerdotale ci cambia nell’intimo, ci lega a Dio con un legame sacramentale che ti rende diverso da prima e diverso dagli altri. Diverso però non vuol dire superiore, chiamato ad un ministero non vuol dire posto entro una casta privilegiata, essere reso capace di consacrare e perdonare non vuol dire essere costituto padrone di un potere, ma collaboratore di un dono d’amore. Come dice san Paolo con una frase molto cara a papa Benedetto: “non siamo padroni della vostra fede, ma collaboratori della vostra gioia” (2Cor 1,24). Il clericalismo che il papa ci invita a combattere è proprio avere in tutti gli ambiti del ministero l’atteggiamento e l’azione del padrone, di chi possiede le persone e la grazia di Dio e ne dispone senza dover rendere conto a nessuno.

Un vecchio prete, mi insegnava che questo atteggiamento è sbagliato e molto dannoso per i preti, ma ancora di più se si attacca ai sacrestani, sacrestane, catechisti e laici impegnati. Da questo salvi il Signore la nostra Chiesa, mentre rafforzi in ogni sacerdote la coscienza che nel giorno della sua ordinazione è stato sacramentalmente consacrato per essere tutto del Signore al servizio del suo popolo.