Saluto a Tolentino e Macerata

27-07-2014

SALUTO ALLA DIOCESI IN TOLENTINO

Illustrissimo Signor Sindaco,

stimate Autorità civili e militari,

Carissimo popolo di questa terra che vengo a servire ed amare nel nome del Signore.

Il Signor Sindaco ha espresso con parole belle e dense di significato, per le quali gli sono sinceramente grato, la vostra accoglienza calorosa ed il desiderio di camminare insieme, Comunità religiosa e Cittadina, illuminati dai sani valori comuni, oggi più che mai preziosi. In  particolare il valore “del dialogo e della comprensione reciproca” per “costruire insieme una comunità sempre più fraterna, coesa e solidale”.

L’ingresso solenne del Vescovo nel territorio diocesano, come tutti i segni che la nostra tradizioni di fede ci trasmette, è denso di significato. Leggervi una rivendicazione di potere sulla terra e sulle persone che la abitano, secondo una logica troppo umana, potrebbe farcene fraintendere il valore.

Il primo messaggio di questo ingresso è invece che: la fede si radica sempre in una terra, nella sua storia, nella sua tradizione spirituale e di santità.

Il Vescovo è, prima di tutto: Vescovo di questa terra, insieme con questo Suo popolo.

Ce lo ha ricordato Papa Francesco, con il riferimento costante al Suo essere primariamente  “Vescovo di Roma” e per questo chiamato a “Presiedere nella Carità tutte le Chiese”.

Attenzione locale ed apertura verso un mondo più grande non sono in contraddizione, come un pensiero figlio della attuale globalizzazione economica sostiene, almeno nella pratica.

La Chiesa, ha conosciuto e vissuto il fenomeno della globalizzazione, di un sguardo aperto su tutto il mondo, fin dal giorno di Pentecoste. Perciò, resa saggia da questa sua bimillenaria esperienza, ha una parola da dire al mondo di oggi. L’unione tra gli uomini in un mondo globalizzato può seguire due modelli diversi. Il primo è presentato dal racconto biblico della torre di Babele (Gn 11,1-9). L’imperialismo militare, tecnico e culturale di Babele, primo grande esempio di forzata globalizzazione, è descritto dalla Bibbia come: parlare tutti la stessa lingua ed avere un solo nome di popolo, cancellando così ogni attenzione alle diversità, tradizioni, specificità e culture locali. Questo non è vero progresso, ma conduce ad impoverire l’umanità e la sua capacità di comprendersi, tanto da portare al crollo della grande torre, alla fine della convivenza civile, come narra con grande ricchezza simbolica il libro della Genesi.

La Chiesa si ispira invece alla Gerusalemme di Pentecoste (Atti 2,1-11), in cui tutti i popoli pur conservando il loro nome e la diversità delle loro lingue, si comprendevano e arricchivano a vicenda.

E’ la globalizzazione dell’attenzione, contrapposta alla globalizzazione dell’indifferenza, che dobbiamo collaborare a costruire insieme, per salvare davvero il mondo ed i suoi abitanti.

Il secondo messaggio di questo gesto dell’ingresso è svelato dal fatto che il Vescovo, giunge “come pellegrino” in una nuova terra, imitando il Figlio di Dio che si è fatto straniero e pellegrino in mezzo a noi.

La vostra accoglienza del “vescovo pellegrino” diventa così testimonianza al mondo di uno stile di accoglienza che deve sempre caratterizzare le comunità cristiane: il futuro non si costruisce erigendo muri, ma gettando ponti, e soprattutto guardando avanti con fiducia in Dio. Un grande santo appena proclamato: Giovanni XIII disse: “Incontrando un fratello sul cammino della tua vita: non chiedergli da dove viene, ma chiedigli solo se vuole fare un po’ di strada con te”.

Su questi primari valori comuni siamo tutti chiamati a collaborare, con uno sguardo fiducioso verso il futuro e verso le giovani generazioni e le loro aspirazioni al bene. Sul tema dell’attenzione ai giovani, che opportunamente anche Lei Signor Sindaco ha indicato come prioritario, mi piace chiudere citando un Sindaco che il suo popolo non faticava a considerare santo: Giorgio La Pira.  “Le generazioni nuove sono come gli uccelli migratori: come le rondini: sentono il tempo, sentono la stagione: quando viene la primavera essi si muovono ordinatamente, sospinti da un invincibile istinto vitale – che indica loro la rotta e i porti!- verso la terra ove la primavera è in fiore!”.

Che la fede e la capacità di trovare nuove strade, tipica dei giovani, ci guidi in questo cammino che il Signore ci pone davanti per il bene di tutti.

 

+Nazzareno

 

 

SALUTO A MACERATA

Illustrissimi Signor Sindaco, Signor Presidente della Provincia, Signor Prefetto

Stimate Autorità civili, militari e religiose,

Carissimo popolo di questa terra che vengo a servire ed amare nel nome del Signore.

Ringrazio il Sig. Sindaco per le cordiali parole che ha voluto rivolgermi. Così come il Presidente della Provincia, per la particolare sintonia dimostrata con quanto, in questi ultimi tempi, ho cercato di comunicare a tutti voi.

Ringrazio in particolare Mons Giuliodori e tutto il clero, i religiosi ed i laici della nostra Chiesa diocesana, perché la calorosa accoglienza che ho ricevuto ovunque fino ad oggi, è una testimonianza luminosa  di quanto questa comunità diocesana abbia ben camminato nel passato sulla via del dialogo, della collaborazione leale con le istituzioni, dell’impegno verso tutti con una attenzione particolare agli ultimi ed agli esclusi.

Il Saluto alla Città di Macerata, che rivolgo con un senso di particolare affetto per il suo titolo di “Civitas Mariae”, ma fatto nello spazio laico della piazza cittadina e non dal pulpito di una Chiesa, mi sembra propizio per interrogarsi in maniera diretta e franca sul rapporto e la collaborazione tra comunità credente e comunità civile e tra autorità civili e religiose.

In tutta franchezza vorrei dirvi che ho intenzione di fare il Vescovo e non altro: sarò perciò l’uomo della Preghiera, della Parola di Dio e della Carità, come ogni buon cristiano. Ed è per questo che proprio a partire dalla Bibbia vorrei condividere con voi una Parola che possa illuminarci ed aprire un dialogo.

Gesù nel vangelo, davanti a Pilato, che si credeva il padrone della vita e della morte degli uomini, disse: “Non avresti nessun potere, se non ti fosse stato dato dall’alto” (Gv 19,11) ponendo il principio basilare che ogni potere sulle persone ed ogni autorità, sia religiosa che civile, si esercita legittimamente solo nella coscienza di doverne sempre rendere conto ad una istanza superiore.

Nella nostra cultura civile democratica questa istanza è il popolo. E’ nel nome del popolo italiano che si esercita ogni potere legittimo. Nella cultura religiosa cristiana, come nelle altre religioni, l’istanza suprema è Dio: è nel nome di Dio che ogni autorità religiosa svolge la sua missione. Ma il Dio cristiano, fattosi uomo in Cristo, si distingue da altre concezioni del divino perché si identifica, come suo corpo, con il popolo, soprattutto nelle sue membra  più deboli. “Quando avrete servito uno di questi fratelli più piccoli, poveri, umiliati, sofferenti, avrete servito me, dice Gesù nel vangelo di Matteo” ( Cfr Mt 28).

Il concetto che ogni autorità è posta radicalmente e primariamente a servizio del popolo, caratterizza perciò: sia l’ambito civile democratico, che quello religioso cristiano.

Questo fonda una base solida e non certo piccola, su cui costruire tra noi un confronto ed un sereno dialogo. Al tempo stesso invita le due autorità ad accogliere un prezioso servizio reciproco di correzione. Ritengo che solo con gratitudine si possa accogliere, sia in ambito laico che religioso, il richiamo costante e reciproco a mantenersi a servizio del bene comune di tutto il popolo, uscendo dalla tentazione di lobbies e consorterie, che dividono gli uomini tra privilegiati ed esclusi. Aiutandoci a combattere insieme quella “cultura dello scarto” di cui ha parlato Papa Francesco, che non esita a scartare le persone se non sono corrispondenti alle esigenze del mercato o dell’efficienza tecnica.

In questo cammino di servizio al popolo, noi cristiani siamo chiamati poi ad esser testimoni concreti di “un amore più grande”, che rinuncia a porre qualsiasi confine o dogana, come anche recentemente ci ha esortato il Papa, per dilatare a dimensione mondiale: l’accoglienza, la solidarietà, lo spirito di servizio.

Una seconda parola evangelica, più frequentemente citata, traccia le direttrici del rapporto tra autorità politica e religiosa. E’ la famosa risposta di Gesù alla domanda maliziosa dei farisei: se fosse lecito per un credente, pagare le tasse ad un governo pagano, il governo di Cesare. Nella logica ebraica antica, l’ideale del governo che il messia doveva portare era la concentrazione di ogni potere nelle mani dell’autorità religiosa: il tempio come centro di potere religioso e civile, unico collettore di tasse, unico amministratore del bene pubblico, unica istanza di giustizia e centro di produzione del diritto. Questa visione teocratica trovava quasi al suo opposto il paganesimo, con la divinizzazione dell’imperatore romano, il suo potere politico-religioso, lo imponeva come dominatore assoluto sulla vita e la libertà delle persone.

Davanti a questo schema, pagano-laico da un lato o religioso-teocratico dall’altro, che anche oggi trova vari imitatori in tante parti del mondo, Gesù ha detto una parola nuova. “Date a Cesare ciò che è di Cesare, ma a Dio ciò che è di Dio” ci parla così di collaborazione e  distinzione tra l’esercizio dell’autorità in ambito laico e in quello religioso. C’è un ambito dell’autorità di Cesare ed uno dell’autorità del Salvatore e poi della sua Chiesa.

Mi permetto però di ricordare quanto possa essere dannosa, una lettura affrettata e banale di questa Parola del Signore.  Il confine tra lo spazio laico della politica e quello religioso della vita di fede non si può tracciare banalmente ponendo una riga tra l’ambito pubblico e sociale da una parte  e quello personale e privato dall’altra. “La fede è una cosa solo privata ed intima”, “il politico non deve interessarsi dei sentimenti e del cuore delle persone”, sono frasi solo apparentemente innocue, ma gravide di pesanti conseguenze.  Perché l’essere umano non è una macchina, ma un mistero fisico e spirituale insieme.

Ce lo insegnano le grandi produzioni artistiche e culturali dell’umanità, così ben testimoniate in questa splendida terra maceratese.

Contro una visione riduzionista e banalizzante dell’uomo si sta impegnando la Chiesa Italiana, in vista del Convegno Ecclesiale di Firenze del novembre 2015 intitolato: “In Gesù Cristo il nuovo umanesimo”  e ritengo che la nostra terra Maceratese, anche per la rilevanza di istituzioni culturali come l’Università o i vari centri di produzione artistica, nonchè per il ricchissimo patrimonio culturale di cui Chiesa ed amministrazioni Civili sono ammirevoli custodi, potrà dire in quel contesto una parola significativa.

Come un moderno Cesare, che trattasse gli uomini come macchine prive di desideri e bisogni spirituali, fallirebbe gravemente nella sua missione di guida della vita civile.  Così una Chiesa che oggi si rinchiudesse a cullare le emozioni religiose, disinteressandosi di collaborare alla costruzione della convivenza sociale nella giustizia e nel bene, mancherebbe gravemente alla sua missione di madre e maestra di una fede, che è piena solo sul fondamento di un pieno ed integrale umanesimo.

Per questo la Chiesa incoraggia i laici credenti ad impegnarsi con generosità anche nell’ambito politico sociale.  Il Concilio ha detto, parlando di tutti i politici e non solo di quelli credenti : “La Chiesa stima degna di lode e di considerazione l’opera di coloro che, per servire gli uomini, si dedicano al bene della cosa pubblica e assumono il peso delle relative responsabilità” (GS 75).

Su questa stima, che confermo personalmente ad ogni cittadino che si impegni per il bene comune di questa città, spero di poter costruire un dialogo su questi e su altri temi e non solo a parole, ma nei fatti.

Davanti alle sfide non semplici che ci aspettano nel futuro, per cercare di costruire quella che Paolo VI chiamava “la Civiltà dell’amore”, basata su una sempre maggiore giustizia ed equità sociale, vorrei che ci incamminassimo verso la cattedrale con l’immagine di una specie di parabola visiva, che il Signore ci ha dato di vedere proprio stamattina.

Il relitto della Concordia mi sembra una bella parabola dell’Italia di oggi. Anche se molti cercano di attribuire tutta la colpa del naufragio ad un uomo solo, ed altrettanti lo fanno per parlare della situazione di crisi dell’Italia, sono convinto che la Concordia è stata affondata  dalla “discordia” di tanti, che nel momento delle decisioni critiche si sono divisi, cercando ognuno il proprio interesse. Così sta rischiando di affondare anche il nostro paese. Ma la nave è stata rialzata e ricondotta in porto dalla “concordia di tanti” che hanno lavorato con genio, competenza e sacrificio personale. Gli italiani sono capaci di fare questo, non solo su una nave, ma sull’intero paese. Entriamo in cattedrale chiedendo a Dio ed alla intercessione di Maria che questo si compia.