
di mons. Nazzareno Marconi*
«Cari fratelli e sorelle,
oggi celebriamo il mistero più grande della nostra fede: Gesù che si fa Pane per noi. Non un simbolo, non un ricordo, ma la sua presenza viva che continua a nutrire il suo popolo lungo il cammino della storia.
L’Eucaristia non è semplicemente qualcosa che riceviamo. È Qualcuno che ci viene incontro. È Cristo che si dona, perché la nostra vita non si chiuda nell’individualismo, ma impari la logica della comunione.
Ogni volta che partecipiamo alla Messa ascoltiamo parole che forse rischiano di diventare abituali: “Prendete e mangiate, questo è il mio corpo dato per voi”. Gesù non dice soltanto chi è, dice anche come vive. Egli è un corpo donato. Un’esistenza offerta. Una vita spesa per gli altri.
E quando noi ci accostiamo all’Eucaristia, non riceviamo semplicemente una forza spirituale per noi stessi. Riceviamo una missione. San Paolo lo dice con straordinaria chiarezza: «poiché c’è un solo pane, noi, pur essendo molti, siamo un corpo solo».
L’Eucaristia costruisce la Chiesa proprio perché costruisce la comunione. È Gesù che ci nutre con sé stesso per fare di molti un solo corpo.
Per questo la processione del Corpus Domini non è una solo bella tradizione da conservare, né una semplice manifestazione esteriore della nostra fede. È invece un segno ricco di significato. Oggi portiamo Gesù per le strade della città perché Gesù non vuole restare chiuso dentro le mura della chiesa. Vuole raggiungere tutti, soprattutto chi è lontano, chi è dimenticato, chi è ferito, chi è impossibilitato a venire.
In fondo, quello che facciamo oggi in forma solenne è ciò che ogni domenica alcuni nostri fratelli e sorelle laici compiono nel silenzio e nella discrezione. Dopo aver partecipato alla Messa, portano la Comunione agli ammalati, agli anziani, a coloro che non possono essere qui.
È un servizio preziosissimo, spesso poco visibile, ma profondamente evangelico.
Quando quei Ministri della Comunione escono dalla chiesa e attraversano le strade per raggiungere una casa, una stanza di ospedale, una persona sola, stanno compiendo il gesto del Corpus Domini. Stanno dicendo che nessuno deve sentirsi escluso dalla comunione della Chiesa. Stanno ricordando che il Corpo di Cristo non abbandona le sue membra più fragili. Che vuol costruire comunione con tutti.
Ma oggi questa processione è anche una parola rivolta alla nostra città.
Viviamo un momento importante della vita civile. Un tempo di scelte, di confronti, di elezioni. È naturale che emergano idee diverse, sensibilità differenti, proposte anche molto lontane tra loro.
Sarebbe strano il contrario. Quando una famiglia deve prendere una decisione importante, è normale che nascano discussioni. Ognuno vede aspetti diversi del problema, propone soluzioni differenti, difende ciò che ritiene migliore. Questo non è un male. Fa parte della vita democratica e della responsabilità condivisa.
Il problema non è che esistano differenze, ma nasce quando le differenze diventano divisioni permanenti.
Una famiglia matura può anche discutere intensamente, ma dopo una decisione trova la forza di ricomporsi. Sa che il legame che la unisce vale più del conflitto che l’ha attraversata. E lo stesso vale per una città.
Dopo il confronto elettorale, chiunque abbia vinto e chiunque abbia perso, il bene più grande da custodire sarà la ricostruzione della coesione sociale e della comunione istituzionale. Perché le istituzioni non appartengono a una parte. Appartengono a tutti. E la città non è di chi vince. È di tutti i cittadini.
Continuare a vivere come vittime permanenti delle contrapposizioni ideologiche, alimentare rancori senza fine, trasformare ogni differenza in una guerra, è segno di un infantilismo culturale che impoverisce la convivenza civile. Ed è anche segno di una scarsa responsabilità istituzionale.
Sono tutti insegnamenti della Dottrina sociale della Chiesa che ci ha ricordato papa Leone, con la sua bellissima e saggia Lettera Enciclica “Magnifica Humanitas”. Dice il Papa: “Quando San Paolo VI introdusse l’espressione “civiltà dell’amore”, il mondo era segnato dalla Guerra fredda, dalla corsa agli armamenti e da forti squilibri economici. In quel contesto, la Chiesa indicava una via alternativa all’opposizione ideologica tra sistemi, immaginando un ordine sociale in cui giustizia e carità si intrecciano e l’amore diventa principio di organizzazione della vita economica, politica e culturale. Oggi dobbiamo recuperare con forza questa visione: la civiltà dell’amore non è un’utopia ingenua, ma un progetto esigente. Essa consiste nel tradurre la carità in strutture di giustizia, nel dare corpo istituzionale alla fraternità e nel considerare l’altro – sia esso persona o popolo – come un alleato necessario per la costruzione del bene comune” (MH 186).
Fra pochi giorni finirà la scuola anche per i giovani delle Superiori, proporrei loro, i cittadini del domani, di mettere tra le letture delle vacanze anche questa Lettera del Papa. Parla di cose che più di noi vecchi, voi giovani conoscete bene e soprattutto parla della vostra futura dignità e libertà. Non serve comperarla, si può leggere gratis da internet ed in tutte le lingue, voi sapete bene come fare.
Dio vi benedica e benedica la nostra Città».
*Vescovo di Macerata







