
di mons. Nazzareno Marconi*
Carissimi fratelli e sorelle,
c’è una frase del Vangelo che, a prima vista, sembra un paradosso: «Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà».
Se la leggessimo in astratto, potremmo pensare che Gesù ci chieda di disprezzare la vita, di rinunciare alla gioia, di mortificare i nostri desideri. Ma non è questo il senso delle sue parole. Gesù non ci invita a perdere la vita: ci invita a non trattenerla gelosamente. Ci insegna che la vita si trova davvero quando viene donata. E oggi questo Vangelo possiamo comprenderlo non solo con un ragionamento, ma guardando la Comunità con la quale celebriamo ogni domenica.
In questa cattedrale il Signore ci ha fatto il dono dell’Associazione Mariana “Regina dell’Amore”, meglio conosciuta dal nome del suo gruppo artistico e musicale: I Figli della Luce. È un’Associazione di fedeli riconosciuta pubblicamente dalla Chiesa, con al suo interno, una comunità di consacrati: I Figli del Sacro Cuore di Gesù. Quelle facce sorridenti di giovani, di ragazzi e di ragazze che cantano, pregano e servono la liturgia sono, in un certo senso, un commento vivente a questa pagina del Vangelo.
Tutto è iniziato, negli anni Novanta, ai tempi di monsignor Carboni, da un piccolo gruppo di giovani appassionati della Madonna, del Rosario e della Parola di Dio. Insieme a Paolo e Maria ed incoraggiati da quel santo vescovo, hanno iniziato a ritrovarsi per pregare e per vivere un impegno concreto di carità.
Da un punto di vista umano poteva sembrare un rischio. Si poteva pensare che stessero perdendo tempo, energie, opportunità. Insomma, che stessero perdendo qualcosa della loro vita.
Invece hanno scelto di fidarsi del Signore e della Chiesa. Hanno seguito quella chiamata che sentivano nel cuore. Hanno deciso di vivere il cristianesimo fino in fondo, consacrando il proprio cuore – cioè il centro della propria esistenza – al Cuore Immacolato di Maria, lasciandosi guidare da quella frase di san Paolo che è diventata il cuore del loro carisma: «Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me» (Gal 2,20).
Anche questa è una frase che può spaventare. “Non sono più io che vivo”. Potrebbe sembrare quasi una rinuncia a vivere.
E invece significa qualcosa di molto diverso. Significa rinunciare a essere gli unici padroni della propria vita per viverla insieme con Cristo. Significa lasciare che il Signore entri nelle nostre decisioni, nei nostri affetti, nel nostro lavoro, nelle nostre famiglie. Non perdere la propria identità, ma ritrovarla in una comunione più profonda con Lui.
Questa intuizione non è rimasta un entusiasmo passeggero. La Chiesa l’ha accompagnata con pazienza. Monsignor Carboni, poi monsignor Conti, quindi monsignor Giuliodori e oggi anch’io abbiamo avuto la grazia di seguire questo cammino.
Prima è arrivato il riconoscimento come associazione privata di fedeli; poi quello, ormai da molti anni, come Associazione pubblica di fedeli, con una Regola approvata dalla Chiesa.
È accaduto proprio quello che Gesù aveva promesso: chi sembrava perdere la vita, in realtà l’ha trovata. Da un piccolo gruppo sono diventati una famiglia spirituale numerosa, ricca di vocazioni, di famiglie, di giovani, di persone che desiderano seguire il Signore.
E dentro questa famiglia, alcuni hanno sentito una chiamata ancora più radicale. Dodici persone, ormai venti anni fa, hanno desiderato donarsi completamente al Signore nella vita consacrata, perché fosse vero fino in fondo: «Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me.»
Così è nata la comunità dei Figli del Sacro Cuore di Gesù.
Anche questo cammino è stato accompagnato e riconosciuto dalla Chiesa. E in questi anni ho avuto la gioia di vederlo crescere. Oggi sono 23 già consacrate e consacrati, con altri in cammino.
Naturalmente non sono mancate le prove, le fatiche, le sofferenze. Perdere la vita per il Signore, come dice il Vangelo di oggi, non significa evitare la croce. Significa attraversarla con Lui.
Ma proprio qui si verifica la promessa del Vangelo. Chi dona la vita con generosità al Signore e ai fratelli scopre una gioia che il mondo non può dare. Trova una pienezza di vita più vera, più profonda, più stabile.
Questa gioia si vede. Non perché tutto sia facile, ma perché nasce dal cuore. Si vede nel volto dei nostri fratelli e delle nostre sorelle consacrati. Qualcuno di loro ha davvero il sorriso come marchio di fabbrica. E non è un sorriso costruito, di circostanza. È il sorriso di chi ha sperimentato che il Vangelo è vero.
Per questo oggi desidero dire semplicemente: grazie.
Grazie a tutta l’Associazione. Grazie ai Figli del Sacro Cuore di Gesù. Grazie famiglie, giovani, consacrati e consacrate che con la vostra vita rendete credibile questa parola del Signore.
Perché quando la predica non la fanno soltanto le parole, ma la vita; quando il Vangelo diventa carne, volto, servizio, fedeltà e gioia, allora è la testimonianza stessa a parlare. Ed è una predica molto più convincente di qualunque discorso.
Chiediamo al Signore che questa parola non rimanga soltanto la storia di qualcuno. È una chiamata per tutti noi. Ciascuno, secondo la propria vocazione – nel matrimonio, nel sacerdozio, nella vita consacrata, nella vita quotidiana – è invitato a smettere di trattenere la propria vita come un possesso e ad affidarla al Signore.
Perché è sempre vero quello che Gesù ci ha promesso: chi perde la propria vita per Lui non la distrugge; la ritrova, più piena, più libera e più bella.
*Vescovo di Macerata
