
di mons. Nazzareno Marconi*
Cari fratelli e sorelle,
oggi la nostra Diocesi si stringe attorno alla sua Madre, Maria Santissima Madre della Misericordia. È una festa che sa di casa, di identità popolare e tradizione. Ma le letture che abbiamo ascoltato ci spingono a guardare oltre i confini della nostra terra, verso un orizzonte più grande.
Il profeta Zaccaria apre con un grido di gioia: “Rallegrati, figlia di Sion… ecco, io vengo ad abitare in mezzo a te” (Zc 2,14). È la promessa di un Dio che non resta lontano, ma sceglie di piantare la tenda tra il suo popolo. Maria è la “figlia di Sion” per eccellenza: in lei quella promessa diventa carne. Dio abita in mezzo a noi perché prima ha abitato in lei.
San Paolo, nella lettera agli Efesini, ci spiega come Dio abita in mezzo a noi: non per merito nostro, ma per pura misericordia. “Dio, ricco di misericordia, per il grande amore con il quale ci ha amato… ci ha salvati per grazia” (Ef 2,4-8). Ecco il cuore della nostra festa: la misericordia non è un premio che si conquista, è un dono che si riceve. E Maria, la Madre della Misericordia, è colei che per prima ha accolto questo dono senza riserve, diventando lo spazio dove la grazia di Dio ha potuto agire liberamente.
E poi il Vangelo, la Visitazione: Maria che si alza in fretta e va da Elisabetta, e lì, mentre porta Cristo nel grembo, canta il Magnificat: “L’anima mia magnifica il Signore… Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente” (Lc 1,46–49). Non è un canto di trionfo personale, ma il canto di chi ha capito che tutto è dono, e che proprio per questo può farsi dono per gli altri, mettendosi in cammino verso chi ha bisogno.
Fratelli e sorelle, quest’anno queste tre letture risuonano in un modo particolare, alla luce di un testo che Papa Leone XIV ci ha appena consegnato: la sua prima Lettera enciclica, Magnifica Humanitas. È un documento che riflette sulla dignità della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale, ma che significativamente si chiude proprio con un commento al Magnificat, definito “il canto della speranza”.
Il Papa pone davanti a noi due immagini bibliche: la Torre di Babele, simbolo di un’umanità che vuole bastare a sé stessa, accumulare potere, sostituirsi a Dio; e la Nuova Gerusalemme, la città dove Dio e l’umanità abitano insieme, costruita non sulla potenza ma sulla comunione. Ogni volta che pensiamo di poterci salvare da soli stiamo costruendo una piccola torre di Babele. Ogni volta che ci apriamo al dono, che riconosciamo di aver bisogno degli altri e di Dio, stiamo ponendo un mattone della Nuova Gerusalemme.
E qui, fratelli e sorelle, la nostra tradizione ha qualcosa da insegnare a tutti. Pensiamo alla festa delle Canestrelle, quando fin dai tempi antichi, in questo stesso giorno, tutti, anche i bambini, portavano alla Madonna un po’ di grano. Non era un’elemosina qualunque: quel grano veniva raccolto per i poveri perché avessero semi da seminare nell’autunno che sarebbe venuto. Non si dava soltanto il pane per sfamare oggi, si dava la semente per costruire il domani.
C’è in questo gesto semplice tutta la sapienza del Magnificat, e tutto ciò che oggi il Papa ci chiede: la misericordia vera non si ferma a rispondere al bisogno immediato, ma restituisce a chi ha fame anche la possibilità di lavorare, di seminare, di sperare in un raccolto. Non è solo dare da mangiare, è dare fiducia. Non è assistenzialismo, è aiutare chi ha desiderio di bene, di futuro, voglia di lavorare, a costruirselo con le proprie mani.
È esattamente ciò che l’enciclica di Leone XIV chiede quando parla della dignità del lavoro come luogo della realizzazione della persona, e quando invita tutti a farsi “tessitori di speranza” e non semplici spettatori del bisogno altrui.
Questo è, credo, il senso più vero della nostra festa quest’anno. Maria Madre della Misericordia non è soltanto un titolo devozionale che ci lega alla storia della nostra Diocesi: è un programma di vita. Come le Canestrelle di grano portate un tempo alla Madonna, siamo chiamati a portare oggi, a chi è nel bisogno, non solo un pane che sazia per un giorno, ma un seme, uno strumento, un’opportunità che gli permetta di costruire il proprio futuro con dignità.
Come Maria si alzò in fretta per andare da Elisabetta, così anche la nostra Diocesi, sotto lo sguardo della sua Madre, è chiamata ad alzarsi e ad andare: verso i fragili, verso chi è escluso, portando non solo soccorso ma speranza seminabile.
Che questa festa non sia solo un ricordo, ma un impegno: lasciare che anche in noi, come in Maria, Dio possa fare grandi cose. E che il nostro “magnificat” quotidiano diventi, per la nostra terra e per il mondo, un piccolo mattone di quella civiltà dell’amore che il Papa ci invita a costruire.
*Vescovo di Macerata



