Tolentino

Riaperto il Cappellone di San Nicola: il messaggio del vescovo Marconi

«Nel Christus Patiens un Dio che attraversa il dolore umano e lo trasforma in speranza»

di mons. Nazzareno Marconi*

Quando entriamo nel Cappellone di San Nicola a Tolentino, il rischio è quello di entrare come in un museo: ammiriamo la bellezza degli affreschi, ne osserviamo lo stile, ne riconosciamo il valore artistico. Ma il Cappellone non è nato come un museo. È nato come una cappella, un luogo di culto, pensato per la liturgia e per l’incontro vivo tra Dio e il suo popolo.

Qui entrano uomini e donne con le loro fatiche, le loro speranze, le malattie, i lutti, le domande sul senso della vita. Portano la loro storia e, nella celebrazione liturgica, la mettono in dialogo con le storie dipinte sulle pareti: la storia di Maria, la storia di Cristo e la storia di San Nicola.

Le immagini non sono semplicemente da guardare: sono una risposta. Alla paura offrono speranza, alla sofferenza vicinanza, allo smarrimento una strada di fede. La storia concreta delle persone si intreccia con la storia della salvezza.

È in questa prospettiva che va letto l’intero ciclo di affreschi, attribuito a Pietro da Rimini. Tutto converge verso il cuore del Cappellone: la Crocifissione, posta sopra l’antico altare, nel luogo in cui il sacrificio di Cristo veniva reso presente nell’Eucaristia.

Qui cogliamo anche una delle grandi svolte della spiritualità medievale. Il Cristo non è più il Christus Triumphans, il Re glorioso che domina dalla croce, ma il Christus Patiens, il Cristo che soffre, con il capo reclinato e il corpo segnato dal dolore. È l’immagine che si afferma nel XIII secolo, anche grazie alla spiritualità francescana, che invita a contemplare l’umanità di Gesù e il suo amore portato fino al dono della vita.

Accanto alla Croce troviamo anche San Nicola. Pur essendo un religioso agostiniano, egli condivide con il primo francescanesimo l’amore per Cristo crocifisso, la penitenza, la carità e la vicinanza al popolo. Ma vive tutto questo secondo la spiritualità di sant’Agostino, fondata sulla ricerca interiore di Dio, sulla vita fraterna e sul servizio pastorale. La sua presenza ai piedi della Croce ci indica la via della santità: contemplare Cristo fino a lasciarsi trasformare da Lui.

Questo è il messaggio che il Cappellone continua a consegnarci ancora oggi. Non ci invita soltanto ad ammirare un capolavoro del Trecento, ma a riconoscere che anche la nostra storia, con le sue domande e le sue ferite, può entrare in dialogo con la storia di Cristo. E nel Christus Patiens trovare la risposta più profonda: un Dio che non rimane distante dal dolore umano, ma lo assume, lo attraversa e lo trasforma in speranza.

*Vescovo di Macerata

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